Le origini del cristianesimo, sacre scritture, storia della Chiesa cattolica, l'Inquisizione, i Templari, le Crociate, il Vaticano e la Curia romana, crimini religiosi, verità scomode e nascoste, storia del papato, i Vangeli, Qumran e Nag Hammadi.
TUTTO CIO' CHE VIENE RIPORTATO IN QUESTO BLOG E' SUPPORTATO DA TESTI, ARTICOLI, DOCUMENTI E TESTIMONIANZE SCRITTE.
L’OPERA DIETRO LE QUINTE
Agustina Lopez de los Mozos è stata numeraria dell’Opus Dei per nove anni. Adesso, a cinquantun anni, fa la giornalista a Madrid, ed ha creato il famoso sito web www.opuslibros.it , dove ex membri dell’Opera possono condividere le proprie esperienze.
Racconta le sue esperienze:
“Non si può dire che nei Centri dell’Opus Dei ci sia un ambiente familiare, come ci viene detto. Ci sono così tante norme ed obblighi da seguire che l’Opera non potrà mai considerarsi una famiglia. Non ci sono inoltre né fiducia né affetto. Tu ad esempio non puoi avere amici che siano dell’Opera: ti è consentito sfogarti solo con la persona con la quali devi fare la charla, la chiacchierata per mettere per mettere a nudo la tua vita interiore. Questa confessione deve avvenire con la direttrice del Centro, con una numeraria che ti è stata assegnata o con un sacerdote”.
Agustina Lopez riferisce della crudeltà nei rapporti umani, tutto con l’intento di mantenere una costante distanza tra individui (sia fisica che emotiva),ed un rigido formalismo:
“Si arriva ad un punto in cui, se tu vedi una persona piangere, se la vedi gravemente preoccupata, ugualmente non puoi avvicinarti. L’unica cosa che ti è consentito fare, è andare dalla sua direttrice spirituale e dirle: ‘Quella persona sta piangendo’. Lei si incaricherà di andare a parlare con la numeraria in difficoltà.
Uno dei principali obblighi di un membro è il proselitismo. In tutte le chiacchierate di formazione ti ripetono costantemente che devi portare nuove vocazioni all’Opera. Io stessa mi adoperai affinché mio fratello e mia sorella entrassero nell’Opus Dei”.
* Seguiranno una serie di Editoriali che affronteranno la questione “Opus Dei” dalla sua fondazione ad oggi. Saranno riportate solo ed esclusivamente informazioni provenienti da documenti ufficiali
Riferimenti bibliografici:
- F.Pinott: “Opus Dei segeta”
- P.Hertel: “I segreti dell’Opus Dei. Doumenti e retroscena”
- K.Steigleder: “L’Opus Dei vista dall’interno”
E se Gesù fosse sopravvissuto alla Croce? Sembra un quesito blasfemo, e sicuramente lo è per l’intero entourage ecclesiastico. Ma chi vuol cercare la verità deve fare i conti anche con le questioni più scottanti, capaci persino di rivoluzionare il mondo cattolico; deve avvicinarsi, con la mente sgombra da ogni preconcetto e dogmatismo, agli eventi storici di duemila anni fa, e cercare di dare una risposta alle domande più scomode e difficili.
Probabilmente non avremo mai una risposta certa a questioni come quella proposta.
Dopo la conferma della morte di Gesù da parte di Lancino al procuratore della Giudea, , un uomo di nome Giuseppe di Arimatea (fariseo membro del Sinedrio, anche se discepolo di Gesù), si rivolse allo stesso Ponzio Pilato per avere indietro il corpo del Signore.
Secondo le Scritture, Pilato non fece la minima questione alla richiesta di un uomo che, almeno apparentemente, non aveva alcun legame di parentela con Gesù e che, secondo
Le ipotesi di cui più spesso si fa menzione sono, la parentela di Giuseppe di Arimatea, possibile zio di Gesù, tanto che, quando
E’ anche possibile che Ponzio Pilato, per concedere indietro il corpo di Gesù, possa aver preteso un congruo compenso in denaro. Giuseppe di Arimatea era, comunque, un uomo ricco, mentre il governatore romano, non era affatto come ci viene descritto nei Vangeli, dubbioso, misericordioso e clemente. Lo storico Giuseppe Flavio ci fornisce un quadro caratteriale e comportamentale ben più veritiero (confermato da altri testi storici) del governatore giudaico: avido, senza scrupoli, crudele, infido, tanto che, durante il suo iniziale insediamento in Palestina, mise fine ad una rivolta ebraica facendo crocifiggere circa 5.000 rivoltosi.
Ma perché tutto questo interessamento di Giuseppe di Arimatea per Gesù, sebbene ne fosse un discepolo? Gli stessi apostoli erano fuggiti davanti alla condanna del loro Maestro! Perché fu il solo a preoccuparsi di dare degna sepoltura al Cristo, per lo più in un sepolcro di sua proprietà? E perché venne aiutato da Nicodemo, altro discepolo segreto, e membro del Sinedrio?
Avvolto in un sudario, i due uomini trasportarono il corpo di Gesù al sepolcro, portando con se, grosse quantità di sostanze medicamentose e non adatte all’unzione di un cadavere (che per Legge spettava alla moglie o, in assenza di tale figura, alla madre del defunto).
Lo scopo poteva essere quello di medicare un cadavere? L’aloe descritto nei Vangeli ha importanti proprietà curative e lenitive, in particolare su bruciature, ferite, lesioni cutanee ed altro ancora.
Poteva l’aloe prevenire il rischio di infezioni e di eventuali setticemie letali, a partenza dai punti lacerati dai chiodi e dalla punta della lancia? Se il condannato alla crocifissione non moriva per collasso respiratorio, in agguato c’era sempre la setticemia. Ai tempi di Gesù esisteva una comunità, da sempre trascurata dalla Chiesa ufficiale, che oltre a seguire norme religiose ligie alla Legge Mosaica, era costituita anche da guaritori, sacerdoti che conoscevano le proprietà terapeutiche di ogni pianta o erba del luogo.
Si trattava dei ben noti Esseni, la famosa Comunità del Deserto: erano gli angeli del Deserto.
Riferimenti bibliografici:
- T. Egeland: “Il cerchio si chiude”
- J. D. Tabor: “La dinastia di Gesù”
- R. Eisenman: “Giacomo, il fratello di Gesù”
- C. Augias, M. Pesce: “Inchiesta su Gesù”
- M. Meyer: “I Vangeli gnostici di Gesù”
- E. Bart: “Gesù non l’ha mai detto”
- D. Donnini: “Gesù e i manoscritti del Mar Morto”
- Baigent, Leigh, Lincoln: “L’eredità mesianica”
- Baigent, Leigh: “Il mistero del Mar Morto”
- E. Pagels: “I Vangeli gnostici”
- P. Rodriguez: “Verità e menzogne della Chiesa Cattolica”

Tante parole sono state scritte su coloro che, vivendo nella città di Qumran, si erano isolati dalla falsità e dal collaborazionismo delle principali caste gerosolimitane: sadducei, ed in particolare, i farisei.
Esisteva un totale disaccordo tra le due opposte fazioni, anche se tra i sadducei, secondo alcune teorie di R. Eisenmann, erano parecchi coloro che si schieravano dalla parte dei sostenitori della “vera” Legge mosaica: gli Ebioniti o Esseni o Nazirei o Comunità del Deserto, seguivano rigorosamente gli insegnamenti della Legge, senza possibilità di compromessi.
Sono molti gli autori che hanno provato ad identificare gli abitanti di Qumran, e di altre città della Palestina del I secolo d.C., come una specie di ordine monastico – ascetico. Una setta isolata dal resto del mondo ebraico, dove gli unici interessi erano rappresentati dalla preghiera e dalla stretta osservanza della rigida Legge mosaica.
I frammenti emersi dalle grotte del Wadi Qumran hanno rivoluzionato la visione, in generale e nel particolare, della storia dell’ebraismo e dello stesso cristianesimo; un po’ d’ordine in quello che è il contesto storico di una Comunità (Yahad) che riveste un’importanza fondamentale per la valutazione e lo studio del Gesù storico.
Quel buco di quasi trenta anni nella vita di Cristo pesa come un macigno per ogni studioso delle origini del cristianesimo. Il Vaticano sono duemila anni che fa orecchie da mercante!
Che le Sacre Scritture non parlino del popolo degli Ebioniti o Esseni, non significa certo che tale comunità non sia mai esistita, o che non abbia avuto importanza nella storia dei giudeo – cristiani!
E’ essenziale sottolineare, innanzi tutto, che a Qumran non vivevano solo i membri di un ordine “monastico”.
Ma la cosa più importante, trascurata per troppo tempo dalle fonti ufficiali, in particolare quelle vicine alla “Santa Romana Chiesa”, è che a Qumran non viveva solo una setta religiosa, esclusivamente costituita da uomini. Insieme a questi religiosi vivevano molte altre persone, anch’esse ligie alle regole ebraiche, contrarie al collaborazionismo e alla falsità di farisei e sadducei, e che da sempre osteggiavano l’oppressore romano (i Kittim). Molte di queste persone, pur vivendo nella stessa comunità dei sacerdoti esseni, non avevano gli stessi doveri spirituali, come per esempio la castità. Sebbene i Padri della chiesa affermassero che Qumran fosse stata abitata solo da sacerdoti uomini, i ritrovamenti di numerose tombe, contenenti i resti, non solo di uomini, ma anche di donne e bambini, conferma le teorie di numerosi studiosi, attestanti quanto fosse variegato l’ambiente della città della Giudea.
Nazirei, esseni, ebioniti, sicari, zeloti, zaddikim, non erano altro che nomi differenti per indicare le stesse persone, la cui unica differenza era quella legata non tanto ai relativi interessi, ma alle modalità di esecuzione. Lo stesso Gran Maestro di Giustizia, secondo molti lo Zaddok, era contro farisei, sadducei, romani ed erodiani: rispetto agli zeloti e ai sicari cambiava il modo di agire.
Se ci si ferma a riflettere sul gruppo degli apostoli che seguiva Gesù durante la sua predicazione, troviamo Giuda Iscariota, che in realtà era un sicario, vicino alla Comunità del Deserto; Simone lo zelota, Giuda Taddeo (secondo alcune teorie particolarmente attendibili) il nazireo, oltre che uno dei fratelli di Gesù, Giacomo il “minore”, che in realtà si chiamava il “Giusto”, e fratello del Cristo, e che divenne il primo vescovo di Gerusalemme, seguendo i precetti del nazireato.
Alcuni testi affermano che anche il resuscitato Lazzaro sia stato uno zelota (anche se resta da valutare).
La componente prettamente religiosa, quella del nazireato a vita, simile ad un vero e proprio ordine monastico, era costituito da uomini vestiti esclusivamente di lino. Una lunga tunica bianca li rivestiva, spesso legata in vita da una fascia, sempre di lino.
E’ certo che l’influenza che ha avuto nel tempo
Lo stesso Gesù scelse 12 apostoli, non solo come le dodici tribù di Israele, ma soprattutto, provenendo da quell’ambiente, come i 12 membri del consiglio Essendo: Gesù era un nazireo e non un nazareno, dato che quest’ultima parola non è altro che una interpolazione della parola Nazaret.
I Templari, quasi un millennio dopo, adottarono il Setekh (
Anche i Templari avevano una lunga tunica bianca, legata in vita da una corda, e prima di loro gli stessi Catari, nel sud della Francia, indossavano un abito analogo, con un cappuccio.
Molti dei rituali cristiano – cattolici che oggi giorno vengono eseguiti durante le funzioni religiose, affondano le proprie radici nella tradizione ebraica, in particolare in quella dettata dalla Legge Mosaica.
San Paolo ha fatto di tutto per allontanare quella nuova religione, di cui lui stesso fu il fondatore, insieme ai numerosi Padri della Chiesa, dalle radici ebraiche che Gesù non avrebbe mai abbandonato e che Giacomo, fratello di Gesù “secondo la carne”, ha cercato di trasmettere alle nuove generazioni, in cambio della propria vita.
Riferimenti bibliografici:
- R. Eisenmann: “Giacomo fratello di Gesù”
- D. Donnini: “Gesù e i manoscritti del Mar Morto”
- B. Ehrman: “Gesù non lo ha mai detto”
- M. Silazio: “Masada”
- E. Pagels: “Vangeli gnostici”
EDITORIALE*
GIACOMO IL GIUSTO

Tra i personaggi che la tradizione storica cristiana ha cercato di emarginare con maggiore acredine e perseveranza, sin dalle origini della nuova religione cattolica, spicca, senza ombra di dubbio, Giacomo, il fratello di Gesù.
Ignorato dagli stessi studiosi cristiani ed ebrei, è la stessa esistenza di Giacomo a creare fonte di grande imbarazzo.
Eusebio di Cesarea, S. Agostino e Girolamo hanno sempre criticato e messo in dubbio la veridicità, non solo della Lettera di Giacomo, ma dello stesso fratello di Gesù.
Eppure Giacomo il Giusto, “fratello di Cristo secondo la carne” (Eusebio di Cesarea: “Storia ecclesiastica”), viene menzionato negli stessi Vangeli Canonici, negli Atti degli Apostoli, nelle Lettere di Paolo, nelle “Antichità giudaiche” di Giuseppe Flavio, nel Talmud, nei Vangeli Gnostici, nei Vangeli Apocrifi, nel Documento di Damasco e in vari altri testi provenienti da Khirbet Qumran, nelle Pesudoclementine.
Giacomo è stato, per la storia, quella non manipolata ed artefatta, vescovo della Chiesa di Gerusalemme, almeno per un ventennio (dal 40 al 60 d.C.). Una Chiesa “giudeo – cristiana”, molto lontana dai “fantasiosi” insegnamenti paolini e dalla sua ruvida ed astiosa emancipazione dalla Legge ebraica (Legge Mosaica – Paolo riferiva di seguire
Tutto questo al complotto (Anano e Agrippa II) che portò all’uccisione, nel 62 d.C., di Giacomo, fratello del Messia Davidico.

Giuseppe Flavio, autore di due testi fondamentali sulla vita e la guerra in Palestina (“Antichità Giudaiche” e “Guerra Giudaica”), era noto, ai tempi della prima grande rivolta ebrea, come Josef ben Mattityahu, testimonianza delle proprie origini semitiche oltre che farisaiche.
Nato dalla stirpe reale Asmonea, la propria famiglia aveva avuto a che fare con i re di Yavan, i Siriani e con i tribuni di Roma. Era un uomo di particolare intelligenza, ma opportunista, ipocrita ed abile mentitore.
A venticinque anni Josef aveva avuto la possibilità di recarsi nella capitale dell’Impero con una delegazione, rimanendo profondamente impressionato dalla grandezza e dalla maestosità di Roma: la corte imperiale, artisti, cortigiani e numerosi membri dell’aristocrazia romana.
Josef ben Mattityahu, il meglio noto Giuseppe Flavio (che assunse il nome della gens Flavia, perché adottato dall’imperatore Vespasiano!), è divenuto, per la storia, il simbolo del tradimento nei confronti dell’intero popolo ebraico (la storia di Giuda e ben altra cosa!).
E’ stato l’uomo che, a Jodfat in Galilea, si è arreso davanti alle truppe romane di Vespasiano. Per lui non esiste possibilità di riabilitazione: oltre al tradimento e all’assunzione del compito di storico ufficiale dell’Impero per la guerra giudaica, descrisse, proprio in tale testo, con dovizia di particolari, del proprio tradimento.
Scrisse: “non sono un vile, ho combattuto ma, quando ho riconosciuto la divina invincibilità dei romani, mi sono arreso”. Diceva di essersi legato ai romani (Kittim) non per vigliaccheria, ma per un illuminato ragionamento.
Eppure Josef era a capo, non solo della difesa della città di Jodfat, ma dell’intera Galilea. Compito suo era il rinforzo e la fortificazione delle principali località del nord della Palestina.
Jodfat rimaneva però la città più difficilmente prendibile da un eventuale assediante: arroccata su un enorme sperone di roccia fra profondi dirupi, con una sottile lingua di terra come via di accesso.
Il famoso storico scrisse che anche ai romani la città era apparsa ben munita, con robuste ed imponenti fortificazioni. Jodfat brulicava di uomini ben armati.
Vespasiano, comunque, forte di un esperienza e di un’abilità militare comune a ben pochi uomini nell’Impero romano, riuscì, grazie ai propri indispensabili genieri, a spianare il terreno, creare ponti, ed in quattro giorni rese possibile, non solo ai propri uomini, ma soprattutto a numerose potenti macchine da guerra, di porre l’assedio alla città della Galilea
Josef, senza neanche rendersene conto, sbalordito e terrorizzato, si era trovato chiuso in una stretta mortale, dalle tenaglie di Roma. Dalle mura di Jodfat poteva vedere l’immenso ed imponente Castrum romano, con migliaia di legionari che correvano da ogni parte tra i vari alloggiamenti militari.
Dopo la prima giornata di combattimento, dove i romani erano riusciti a giungere sulle mura cittadine, anche se le cronache storiche non ci forniscono il numero delle vittime, in particolare quelle ebraiche, Josef si convinse definitivamente di quale sarebbe stato l’esito della battaglia.
Lo storico romano – ebraico propose ai propri cittadini di lasciare in gran segreto la città, di notte, per raccogliere soccorsi.
Non si era vergognato di proporre tale “fuga” ai propri uomini, e tanto meno di scriverlo nelle sue cronache di guerra.
Ai compagni aveva spudoratamente spiegato che voleva andarsene non per la propria salvezza, ma per il bene di tutti. Rimanendo lì, disse, “che sarebbe stato solo uno in più che moriva”; se fosse uscito vivo dalla città, avrebbe potuto attaccare i romani alle spalle.
I suoi compagni lo minacciarono di morte, se solo provava a disertare.
Ma quando i legionari di Vespasiano invasero la città, lo stesso Josef narrò che, mentre i suoi compagni venivano massacrati dall’invasore, lui, ed altri ebrei, si nascosero in un’enorme cisterna di raccolta per i viveri. Propose la resa, ma gli altri uomini si rifiutarono, preferendo la morte ad una possibile schiavitù. Nessuno voleva finire vivo nelle mani dei romani. Erano tutti concordi nel “rituale” del suicidio di massa, fino a quando l’ultimo uomo rimasto in vita si sarebbe gettato su una spada.
Alla fine, la sorte, forse ben condotta, aveva lasciato in vita Josef ed un altro uomo. Il futuro Giuseppe Flavio non rispettò il giuramento e convinse l’altro uomo a fare lo stesso.
Josef si consegnò ai romani, e grazie ad un amico legionario, un certo Nicanore, riuscì a parlare con Vespasiano, prima di essere spedito a Roma per il processo.
Con una particolare arguzia, Josef utilizzò a proprio favore
E l'Imperatore romano prima, ed il figlio Tito dopo, non si separarono per lungo tempo dal proprio storico ufficiale.
Riferimenti bibliografici:
- Giuseppe Flavio: “Guerra giudaica”
- Giuseppe Flavio: “Antichità giudaiche”
- M. Silato: “Masada”
- Eusebio: “Storia Ecclesiastica”
PARTE SECONDA
Fortificata Acri, l’esercito crociato marciò verso Haifa e Cesarea, seguendo la via costiera. Attaccati ripetutamente dalle truppe musulmane, Saladino attese, però, che i crociati emergessero dalle foreste di Arsuf, per sferrare un imponente assalto.
Il sultano Saladino, per la prima volta dopo la clamorosa vittoria di Hattin, venne sconfitto, in campo aperto, dalle capacità militari e dalla strategia di Riccardo I Plantageneto.
I crociati giunsero fino a Jaffa, ricostruendo, strada facendo, numerose fortificazioni.
La situazione risultava particolarmente complessa: ad un occhio esperto era evidente che né re Riccardo, tanto meno, il sultano Saladino, erano sufficientemente forti da poter completamente distruggere il relativo nemico, e che il conflitto tra i due sovrani non sarebbe mai potuto terminare armi in pugno.
Riccardo Cuor di Leone rinunciò ad attaccare Gerusalemme, anche se si trattava dell’obiettivo principale per la cristianità. Il sovrano inglese era consapevole che, da abile stratega qual’era, anche in caso di vittoria e riconquista della Città Santa, i crociati non sarebbero stati in grado di mantenere a lungo il controllo di Gerusalemme.
Fortificò la città di Ascalona, per spostarsi poi verso Gaza.
Con re Riccardo ad Acri, Saladino attaccò Jaffa, e dopo tre giorni di assedio, la città cedette ai musulmani. Fu comunque il re inglese a correre in soccorso dei cristiani, ritiratisi nella cittadella. Giunto con 50 galere genovesi e pisane, quando gli ultimi uomini stavano per cedere, Riccardo, con i suoi soldati, combatterono fino all’ultimo sangue, metro su metro, contro i musulmani, ricacciandoli fuori dalla città. Si racconta che, quando il cavallo di Riccardo venne ucciso sotto di lui, Saladino, modello di cavalleria islamica, inviò al re inglese due giovani destrieri.
Riccardo I uscì vittorioso da tale scontro diretto, ennesima dimostrazione del suo coraggio e della sua audacia, oltre che delle sue grandi capacità tattiche.
I due sovrani non erano in grado di distruggersi, e sia Riccardo che Saladino, dovevano far fronte ad urgenti problemi interni. Sebbene nemici sul campo, i due uomini, esempio di valore e di dignità umana e militare, riuscirono a raggiungere un accordo: un concordato di pace della durata di 5 anni, tale da rendere le terre di Palestina sicure per ogni pellegrino, a prescindere dalla fede religiosa.
Il 9 ottobre dell’anno 1192, re Riccardo I Plantageneto, salpò alla volta della sua lontana terra, anche se non si trattò affatto di un viaggio comodo e semplice!
Riccardo Cuor di Leone viene ricordato, anche da quelli che furono i suoi nemici, come un esempio di cavalleria.
La critica più esplicita che gli veniva mossa dai suoi contemporanei, fu che egli mettesse incautamente a repentaglio la propria persona, gettandosi sempre nella mischia. Persino i musulmani pensavano che fosse un folle: un condottiero così forte ed abile che rischiava continuamente la vita in combattimento. Era sempre alla testa dei suoi uomini, e l’ultimo a retrocedere. Accanto alla sua audacia ed impetuosità, possedeva un genio particolare per la strategia e la logistica: unico condottiero ad infliggere severe perdite al sultanato di Saladino.
Riferimenti bibliografici:
- Pier Paul Read: “La vera storia dei Templari”
- Runciman: “Storia delle Crociate”
- B. Z. Kedar: “The Horns of Hattin”
- Amin Maalouf: “Le Crociate viste dagli Arabi”

Pietro da Bologna venne accolto come prete nell’Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo nel 1282, da Guglielmo di Novi. Rivestì compiti di procuratore, maneggiando grosse somme di denaro che
Durante il processo sommario contro i Templari, da parte del re di Francia, Filippo IV (un capetingio), e da Papa Clemente V, Pietro da Bologna reclamò con vigore, per sé ed i suoi confratelli, il passaggio ad un processo ecclesiale: l’Ordine dei Templari era, da “sempre”, una prelatura personale del pontefice. Tale situazione consentiva ai Cavalieri del Tempio di rispondere, per qualsiasi cosa o avvenimento, solo ed esclusivamente al Papa.
Pietro da Bologna aveva compreso benissimo che, in processo del genere, nelle mani di Filippo IV il bello, l’Ordine sarebbe durato ancora ben poco. In tal senso chiese una istruttoria organizzata dalla Santa Sede.
Per un breve periodo, il prete del Tempio, riuscì a tener fuori i membri dell’Ordine in Italia dalle spire avide e “forcaiole” del re capetingio di Francia.
Ma alcune questioni di fondamentale importanza non vennero tenute nella dovuta considerazione, sia da Pietro che dai propri confratelli.
Prima di tutto, la debole caratura di Papa francese Clemente V (Bertrand de Got), posto sul soglio pontificio grazie ad una serie di manovre mirate e truffaldine di Filippo IV.
Inoltre lo stesso pontefice, accettò di buon grado la forzata cattività Avignonese, cosa che, il predecessore, Bonifacio VIII, non avrebbe mai tollerato. Controprova né fu il fallito tentativo di rapimento di Papa Caetani ad Anagni, organizzato da membri della famiglia Colonna e dal fido collaboratore di Filippo IV, Nogaret.
Se Bonifacio VIII aveva sempre mostrato interesse ed attenzione per un Ordine cavalleresco storico, senza il ben che minimo desiderio di liberarsene, per Clemente V le cose stavano in maniera diametralmente opposta.
Bisogna anche tenere in considerazione che, l’Ordine dei Templari, nel periodo successivo la perdita della città di Acri in Terra Santa (1291), ultimo baluardo della cristianità in “Otremer”, iniziava ad esser considerato come una specie di creatura preistorica. Finite le Crociate, anche se proprio in Francia non mancavano i teorici della riconquista della Terra Santa, anche la funzione ed il ruolo dei Templari andava sbiadendo nel nulla.
Nacque persino una letteratura sarcastica e denigratoria nei confronti dei crociati, degli ordini cavallereschi e delle loro imprese (poeta francese Rotbeuf).
I Templari erano di troppo, anche per la stessa Chiesa !
Dal processo di Parigi l’Ordine ne uscì a pezzi, con Clemente V che si limitava ad escogitare ogni mezzo per tergiversare, senza mai affrontare direttamente la questione.
Durante il Concilio di Troyes del 1312, il Papa si limitò a sciogliere l’Ordine dei Cavalieri Templari, pur essendo a conoscenza del trattamento che Filippo IV, insieme alla “Santa Inquisizione”, stava riservando ai vari membri dell’Ordine.
Molti vennero sacrificati in nome dell’arroganza, dell’avidità e di una smisurata cupidigia, senza che
In Italia le torture ed il massacro furono minori (in Francia le atrocità furono di ben altro tipo), e
Pietro da Bologna, però, fu uno di questi !
Riferimenti bibliografici:
- M.Cennamo: “Templari in Italia”
- A.Demurger: “Vita e morte dell’Ordine dei Templari”
- M.Barber: “Processo ai Templari: una questione politica”
- M.Barber: “Storia dei Templari”
- S.Runcimann: “Storia delle Crociate”
PRIMA PARTE

Una delle opere più importanti di Leonardo da Vinci è stata utilizzata come icona del mistero nel libro di Dan Brown. Questo testo, senza fare alcun commento, che sarebbe inutile per quanto se ne è parlato, sia nelle sedi religiose che non, ha avuto comunque il merito di far intravedere alcuni frammenti di verità finora gelosamente custodite dalla Chiesa Cattolica Romana.
Molti religiosi si sono schierati apertamente contro quel libro, tacciandolo di essere un romanzo da quattro soldi, senza alcuna base storica né verità legata al sacro. Il povero Dan Brown (che non credo sia adesso tanto povero) è quindi divenuto un piccolo “eretico”: solo piccolo, perché
Forse
Da lì sono stati in molti a mettersi alla ricerca di qualche informazione in più relativa alle parole dei personaggi del “Codice da Vinci”; qualcuno ha smesso subito, altri si sono stufati, ma alcuni hanno incominciato ad intravedere degli spiragli di luce dietro un’immensa cortina di fumo che
E’ da allora che non ho più interrotto le mie ricerche: il tempo però mi è stato amico, poiché sono venuto a conoscenza di cose che non avrei mai sospettato fossero possibili. Cose e situazioni difficilmente credibili per un fedele e anche, perché no, per chi non crede.
Il Cenacolo di Leonardo da Vinci ne è la palese dimostrazione. Nonostante sia uno dei quadri più famosi e belli al mondo, non mi ero mai soffermato ad osservarlo con attenzione. E’ quando ho stampato un ingrandimento ed ho iniziato ad osservarlo con l’ausilio anche di una lente di ingrandimento, che mi sono accorto che il grande Leonardo, nella sua opera, voleva dirci qualcosa che non aveva niente a che vedere con il “sacro dogma cristiano” dell’epoca (ricordiamoci che esisteva la “Santa Inquisizione”). Molti dei dati più rilevanti del quadro sono espressi mediante una simbologia utilizzata da molti pittori dell’epoca, onde evitare, nel dare un proprio senso all’opera che producevano, di incorrere nelle “scottanti” ritorsioni degli inquisitori.
Nel Cenacolo ci sono delle cose particolarmente interessanti come la presenza di una donna alla destra del Signore: proprio una donna e, secondo la simbologia religiosa, il mantello rosso, i capelli sciolti e la particolare angolazione della testa rispetto alla posizione di Gesù, ad indicare il simbolo del femminino sacro, ci dicono che quella donna era Maria Maddalena.
Credo ci voglia ben poco, anche senza lente di ingrandimento, per capire che invece si tratta proprio di una donna: nelle immagini più nitide si riesce ad intravedere, sotto gli abiti, la forma del seno.
La disposizione dei due personaggi principali (
Continuando ad osservare il dipinto, la nostra attenzione viene attirata da quel personaggio apparentemente “losco” che si porta vicino al volto della Maddalena, la quale si reclina verso di lui come per ascoltarlo. Questo apostolo è il famoso Pietro. Si vede male perché davanti a lui c’è un altro apostolo che sta osservando l’evolversi della situazione.
Riferimenti bibliografici:
- G. Giannazza, F. Freguglia: “I custodi del messaggio”
- W. Goethe: “Il cenacolo di Leonardo”
- Giunti Editore: “Leonardo. Il cenacolo”
- P. Blake, P. Blezard: “Il codice Arcadia”
- L. Picknett: “Maria Maddalena”
- S. Cox: “I segreti del Codice”
- P. Marani: “Il cenacolo di Leonardo”
- D. Brown: “Il codice da Vinci”
Nuove rivelazioni sui misteri del cenacolo di Leonardo da Vinci:
http://video.libero.it/app/play/?id=2210047bb9e49a008d9c7192a3802bd5
TRATTO DA AFFARI ITALIANI.IT
Eh si!! Perché se osserviamo bene, nella parte sinistra del quadro, alla destra della Maddalena, la mano destra di Pietro impugna un coltello, mentre la mano sinistra la porta di taglio alla gola della donna (ogni interpretazione è inutile). Non si tratta certo né di un complimento, né certo di una carezza. L’odio di Pietro per le donne era risaputo fra i discepoli di Gesù Cristo, tanto da richiedere spesso che quest’ultime venissero allontanate dalla cerchia ristretta che accompagnava il Maestro.
Pietro pronuncia parole piuttosto dure nei confronti della Maddalena, dicendo a Gesù “ di allontanarla perché, essendo una donna, non è degna di vita”.
A questo punto c’è poco da meravigliarsi per quello che il grande Leonardo cerca di farci vedere e capire, a discapito dei controlli inquisitori.
Leonardo aveva poi il vizio, se proprio così vogliamo chiamarlo,di inserirsi nei quadri che dipingeva. Basta guardare il penultimo personaggio alla sinistra di Gesù, e possiamo osservare come sia somigliante alla figura dell’autore dell’opera, mentre discute con due apostoli.
Ci sono altre particolarità, senza scendere nei minimi dettagli di quelli che sono i più recenti studi di tipo geometrico utilizzati da Leonardo: innanzi tutto, davanti a Gesù non c’è nessun calice, nessun presunto Santo Graal. Alla sinistra di Gesù c’è un apostolo con il dito indice di una mano alzato e rivolto verso l’alto: per molti studiosi questo simbolo particolare stava ad indicare Giovanni il Battista, personaggio essenziale nella storia di Gesù ed apparentemente legati anche da un legame di sangue non meglio chiarito.
Inoltre l’ultimo personaggio sulla destra del Signore, dipinto in tonalità piuttosto scure, e con le mani poggiate sul tavolo, rappresenterebbe Giuda Iscariota (il cui nome sarebbe, in realtà, Giuda Sicariota, poiché apparteneva alla setta dei Sicari, assassini che utilizzavano un piccolo coltello ricurvo nascosto sotto il mantello, e come dice il nome stesso uccidevano su commissione).
Quest’ultimo personaggio non appare così particolarmente nervoso o agitato per quello che sta per compiere.
In realtà, dopo la pubblicazione del Vangelo di Giuda, molte delle questioni legate a questo personaggio sono divenute più chiare, ed il personaggio più infido descritto dalle Sacre Scritture si riprende un po’ del suo onore. Gia negli anni ’50 lo scrittore Nicolas Kazantzakis scrisse un libro intitolato “L’ultima tentazione di Cristo” nel quale il ruolo di Giuda veniva completamente rivoluzionato; questo ovviamente valse allo scrittore la scomunica da parte del Vaticano.
Non meno clamore fece Martin Scorsese quando decise di portare sulla pellicola cinematografica il testo dell’autore greco. Le reazioni della Chiesa furono clamorose, ma che io sappia non si è arrivati alla scomunica del regista .

Leonardo da Vinci non è certo il primo né l’unico ad aver fatto ampio uso di una particolare simbologia che consentiva, a chi era a conoscenza di certe situazioni scottanti per
Riferimenti bibliografici:
- G. Giannazza, F. Freguglia: “I custodi del messaggio”
- W. Goethe: “Il cenacolo di Leonardo”
- Giunti Editore: “Leonardo. Il cenacolo”
- P. Blake, P. Blezard: “Il codice Arcadia”
- L. Picknett: “Maria Maddalena”
- S. Cox: “I segreti del Codice”
- P. Marani: “Il cenacolo di Leonardo”
- D. Brown: “Il codice da Vinci”
L’11 Dicembre dell’anno 321 d.C. Costantino, imperatore romano, firmò il “Codex Judaeis”, prima Legge Penale Antiebraica.
Una data che andrebbe scritta a caratteri cubitali sulla pietra, a memoria di quello che sarebbe accaduto nei secoli a venire. Eppure pochi hanno memoria di un tale evento epocale, neanche gli stessi Ebrei.
Non si è trattato di una legge contro una città insorta, contro ribelli o contro un esercito sconfitto. E’ stata una legge contro un etnia e la propria fede.
Nel “Codex Judaeis” Costantino contrappone
E come se non bastasse, il famoso imperatore, che rese il cristianesimo religione di Stato, formalizzò l’accusa legale di Deicidio, la spaventevole uccisione di Dio, contro gli Ebrei.
Da quel dicembre dell’anno 321, il processo antisemitico non ha conosciuto più interruzioni, ad eccezione del breve periodo di reggenza dell’imperatore Giuliano l’Apostata (cercò di ripristinare nell’impero i culti pagani e di restituire pari dignità al popolo ebraico!).
I successivi imperatori introdussero le Norme Canoniche dei Concili nel Codice Civile e Penale. Con Costantino, Costantino II, Valentiniano e Graziano, dal 321 al 399 d.C., una serie spietata di Leggi ha progressivamente e drasticamente ridotto i diritti degli ebrei.
Veniva vietata ogni carica civile, amministrativa e militare; l’esclusione dal Cursus Honorum tradizionale; la proibizione di tenere dipendenti cristiani, di esercitare l’avvocatura e l’arte medica, di venire eletti senatori. Si condannava ogni ebreo ad autoaccusarsi di esserlo: in caso contrario l’infamia e l’esilio.
Proibito costruire sinagoghe. Leggi contro la circoncisione. Obbligo di sepoltura in luoghi lontani e separati da quelli cristiani. E molte altre Norme che relegavano gli ebrei in un angolo buio della storia.
Fu con l’imperatore spagnolo Teodosio I e con la sua vittoria sul fiume Frigidus, che terminò ogni tolleranza: il Senato romano divenne completamente cristiano e tale religione divenne unica religione di Stato.
Con l’arrivo dei “barbari” nell’impero, sebbene fossero anni bui e terribili, alcuni imperatori cristiani, come Onorio, Arcadio e Valentiniano, trovarono il tempo per firmare e promulgare oltre 13 leggi Antiebraiche. Nel 439 tali leggi giunsero al numero, inquietante e cabalistico, di 66!
Gli stessi regni “barbari” accolsero tutte le leggi Antiebraiche: Lex Romana Visigotorum in Spagna, Lex Burgundorum in Burgundia, le leggi dei Franchi in Gallia, il Breviarum di Alarico per i Germani…e nacque lo spaventoso Antigiudaismo medievale che prese piede rapidamente nell’intero territorio europeo del periodo, e che portò, nei secoli, ai più grandi genocidi che la storia ricordi.
“Totum tibi non licet, cui etiam ad manducandum, ut vel male viveres, paucula condanamus”
(Ti concediamo solo l’indispensabile per nutrirti, affinché tu malamente possa vivere)
Gregorio da Elvira, uno dei Padri della Chiesa.
Riferimenti bibliografici:
- J. Schmidt: “Costantino”
- G. Vian: “La donazione di Costantino”
- F. Winkelmann: “Il cristianesimo delle origini”
- F. Sampoli: “Costantino il grande e la sua dinastia”
- G. Jossa: “Il cristianesimo antico”
Il Vangelo di Giuda può essere considerato come uno dei documenti più sconvolgenti e, allo stesso tempo, più affascinante per l’intero mondo cattolico.
Emerso dalle sabbie desertiche dell’Egitto nel
Il Vangelo di Giuda ha comunque seguito la stessa sorte della “biblioteca” di Nag Hammadi e con i Rotoli del Mar Morto. Varie correnti ecclesiastiche hanno, in ogni occasione, cercato di ostacolare la divulgazione, anche solo negli ambienti puramente scientifici (esemplare fu l’allontanamento del noto studioso Eisenman, elemento laico, da parte di padre De Vaux, legato al Vaticano, nella questione di Qumran).
Il Vangelo di Giuda riguarda un personaggio tra i più odiati e disprezzati dall’intera cristianità (fedeli e clero).Il traditore di Gesù, colui che, consegnando il Signore ai suoi nemici, ne aveva provocato la morte, ed artefice, almeno in parte, del millenario antisemitismo.
Giuda, il cui appellativo non era certo Iscariota, bensì Sicariota, sulla base del gruppo ebraico di appartenenza (i sicari, noti per il pugnale – il sica - che usavano per effettuare le missioni affidate), non fu mai il traditore descritto dal Nuovo Testamento. E’ certo che fosse un sicario, appartenente ad uno dei gruppi rivoluzionari ebraici che aspiravano alla liberazione della propria terra. Ma anche altri apostoli erano dei rivoluzionari: Simone lo zelota.
Tali gruppi o sette erano costituite da uomini che avevano sempre osteggiato l’invasore straniero, mossi da un profondo fervore politico e religioso, un “patriottismo” che vedeva come nemici anche le caste dei sadducei e dei farisei, troppo accondiscendenti con le norme e regole dei Kittim (romani), pur di non perdere il potere fin allora acquisito.
Sicari, zelati, nazareni ed esseni, erano, secondo numerose ricerche storiche, molto legati tra di loro da un obiettivo comune: l’eliminazione o allontanamento dell’invasore, una riforma religiosa lontana dal mellifluo fariseismo semi – ortodosso, e l’attesa di un Messia, diretto discendente della linea di sangue Davidica, capace di condurre il “popolo eletto” alla vittoria finale (armagheddon!).
Giuda faceva parte integrante dei 12 scelti da Gesù. Era sempre al fianco del suo Maestro, uno dei pochi, se non proprio il solo a comprendere la realtà dei fatti: gli insegnamenti del Signore rimanevano oscuri ai più!
Alcuni storici propendono per la teoria che, l’apostolo prediletto, fosse proprio Giuda Sicariota. La questione è ancora ampliamente discussa, anche se, leggendo lo stesso Vangelo di Giuda, emergono dati essenziali per un’ampia rivalutazione dei Vangeli e degli Atti degli Apostoli.
Secondo il testo di cui siamo recentemente venuti a conoscenza (si tratta comunque di un Vangelo dalla forte impronta gnostica!), è lo stesso Gesù a dire a Giuda che è l’unico tra gli apostoli ad aver compreso realmente la sua natura e la missione affidatagli dal Padre: Giuda è l’unico, secondo la tradizione gnostica, ad aver raggiunto la consapevolezza.
In tale Vangelo Gesù tratta il suo apostolo da pari, e non più come un maestro con il proprio discepolo, ed è sempre Lui che chiede al fedele Giuda di compiere quanto necessario affinché possa lasciare “questo vestito” terrestre, come stabilito dall’inizio dei tempi.
Non c’è mai stato alcun tradimento! L’azione di Giuda era voluta dallo stesso Gesù, che gli chiede “di fare quanto deve in fretta”, manifestando sentimenti puramente umani: paura, angoscia, dolore.
Giuda, da parte sua, non era minimamente disponibile ad un atto del genere: condannare alla morte certa il proprio amato Maestro.
“Perché proprio io?” chiese Giuda al Signore.
E Gesù rispose che quel compito poteva assolverlo solo lui perché era l’unico ad aver capito…! Lo considerava il più grande tra gli apostoli. Fece quello che il Maestro gli aveva chiesto, sebbene gli fosse stato detto che l’odio ed il disprezzo lo avrebbero accompagnato per lungo tempo, perché “non avrebbero capito”.
Giuda fece quello che
Riferimenti bibliografici:
- National Geografic: “Il Vangelo di Giuda”
- F. De Carli: “ Il Vangelo secondo Giuda Iscariota”
- J. Robinson: “I segreti del Vangelo di Giuda”
- T Wright: “Giuda e il Vangelo di Gesù”
- M. Meyer: “I Vangeli gnostici di Gesù”
La città di Qumran, nota tra gli ebrei con il nome di Sekhakah, si affacciava sul Mare di Sale (Yam Hammélek)), a pochi chilometri dalla capitale della Giudea: Gerusalemme,
Si tratta di una città di cui non è rimasto quasi niente: solo rovine mal conservate, nonostante l’importanza acquisita dopo il ritrovamento dei relativi Rotoli.
I Testi Sacri cattolici non menzionano la città di Qumran o Sekhakah; viene omesso ogni riferimento ad una località che risultava ubicata troppo vicina a Gerusalemme, per non essere storicamente presa in considerazione.
Le cartine geografiche della Palestina, riferite al I secolo d.C., e riportate sulle versioni ufficiali dei Vangeli della CEI, non segnalano le città di Qumran, Gamala e Masada (vedi articolo del blog del 18 maggio 2007).
Sulle carte geografiche laiche, non sottoposte a censura Vaticana, tutte e tre le città si trovano nel punto dove vennero realmente edificate (Qumran in Giudea; Gamala nel Golan; Masada in Idumea).
Eppure, dopo la scoperta dei Rotoli del Mar Morto, la cittadina di Qumran occupa, nella storia delle origini del cristianesimo, una posizione di particolare rilievo. Solo la gerarchia vaticana si ostina a trascurare e ad omettere quanto emerso dalle numerose caverne attorno alla città della Giudea.
Anzi, gli studi sulle pergamene emerse dal deserto, per troppo tempo sono state, ed in parte lo sono ancora, nelle mani di studiosi strettamente legati ai dettami della Curia Vaticana. Un esempio lampante fu padre De Vaux, adoperatosi in tutte la maniere possibili affinché venisse ostacolata la diffusione di informazioni appartenenti “all’umanità”.
Per il Vaticano, però, le cose incominciano a non essere più facili come un tempo. La grande comunità scientifica internazionale è divenuta un osso duro, anche per l’entourage ecclesiastico.
Adesso abbiamo numerose informazioni su parecchi frammenti e sul Setekh,
Il frammento numero 477 recita: “Se il tuo fratello sbaglia, la prima volta parlagli tu solo, dolcemente ed in segreto. La seconda, se la colpa è grave o recidiva, riprendilo in presenza di testimoni. La terza, in giudizio pubblico, per la dovuta punizione…”
E Matteo, ben oltre 250 anni dopo, scriveva: “Se il tuo fratello ha commesso una mancanza…va e tu, con lui da solo, correggilo…se non t’ascolta, prendi con te una persona o due…e se ricusa ancora di ascoltarvi, dillo alla Chiesa”
Crea un certo clamore emotivo trovare le parole dei Vangeli Canonici in molti dei frammenti trovati nelle vicinanze di Qumran, e scritti circa 200 anni prima della nascita di Gesù…
Sul frammento 302 leggiamo: “…se un uomo possiede uno splendido albero, alto fino al cielo, i cui rami raggiungono i confini della sua terra, ma produce spine…che sia abbattuto”
Di rimando, sempre nel Vangelo di Matteo: “Già la scure è posta alla radice degli alberi. Ogni albero dunque che non da buon frutto, sarà tagliato e gettato nel fuoco”.
Su un altro frammento troviamo: “Signore, tu sei come fondamenta edificate sulla roccia…”
Ed ancora Matteo: “Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà paragonato ad un uomo prudente, che ha fondato la sua casa sulla roccia”
Su un Rotolo, piuttosto malridotto , troviamo: “
Nel Vangelo di Luca leggiamo: “Beati voi, che siete poveri, poiché vostro è il Regno di Dio”
Tale tipo di frammenti di pergamena e di papiro, appartenenti all’immensa biblioteca di Qumran, vennero complessivamente scritti ben prima della nascita di Gesù. I Vangeli di Luca, Matteo e Giovanni, riportano gli stessi concetti, elaborati in maniera differente e spesso male interpretati, rispetto ai famosi Rotoli del Mar Morto. Il Vangelo di Marco, pur essendo il più antico, non è esente da tali somiglianze concettuali, essendo, comunque fonte d’ispirazione per Luca e Matteo.
Tale questione apre una prospettiva importantissima sulla reale vita di Gesù, almeno nel periodo antecedente l’inizio della sua predicazione per
Dalle caverne di Qumran sta emergendo non solo un enorme numero di frammenti storico – religiosi, ma anche alcune realtà del Gesù storico:
Gesù l’Esseno!
Riferimenti bibliografici:
- Giovanni Ibba: “Qumran”
- Bart D. Ehrman: “Gesù non l’ha mai detto”
- M. Baigent, R. Leigh: “Il mistero del Mar Morto”
- H. Bloom: “Gesù e Yahvè”
- R. Eisenman: “Giacomo, il fratello di Gesù”
- D. Donnini: “Gesù e i manoscritti del Mar Morto”
- D. Donnini: “Nuove ipotesi su Gesù”
- M. Craveri: “I Vangeli apocrifi”
- L. Morali: “Vangeli gnostici”
- J. Danielou: “I manoscritti del Mar Morto e le origini del Cristianesimo
E SE GESU’… ?
PARTE II

La domanda sulla possibilità che Gesù sia effettivamente sopravvissuto alla crocifissione, se da un lato inquieta le anime più sincere e fa urlare i dogmatici ed il Vaticano, da un’altra parte è capace di impegnare i più grandi e noti studiosi sulle origini del cristianesimo in ricerche sempre più approfondite e meticolose.
La versione delle Sacre Scritture è stata approntata e ratificata nel corso di numerosi Concilii ecumenici, primo tra tutti quello di Nicea del 325 d. C.
La natura divina di Gesù, figlio di Dio, Dio incarnato, non è stata un’identificazione effettuata da persone vicine al Signore, da testimoni diretti, nel periodo della sua presenza in questo mondo. Sono dovuti trascorrere alcuni secoli affinché
Riflettere e approfondire le ricerche sulla “presunta morte” di Gesù sul Golgota è già di per se indice di eresia. Non è pensabile neanche dubitare di quanto i Vangeli ci raccontano da quasi duemila anni. Sono state numerose le regole dettate dalla Santa Chiesa Romana affinché la persona comune non leggesse
Ma ancora oggi, agli inizi del XXI secolo, parlare o semplicemente discutere sulla veridicità della morte in Croce di Gesù, è capace di scatenare una ridda di minacce, insulti, pesanti contestazioni. I dogmi della Chiesa non vanno toccati, anche se definiti da persone per così dire “normali”.
Gesù morì sulla Croce, come ci narrano i Vangeli, in poco tempo.
Scientificamente, troppo poco tempo.
Ma ad onor del vero, ogni organismo umano reagisce in maniera completamente differente ad “insulti” traumatici o patogeni.
Il Nuovo Testamento ci racconta che, alla morte del Signore, i due ladroni, crocifissi al suo fianco, erano entrambi ancora vivi, tanto che per affrettare il tutto, gli vennero spezzate le gambe.
La veloce morte di Gesù stupì lo stesso Ponzio Pilato, sempre secondo gli scritti canonici, tanto che, lo stesso governatore della Giudea, ne chiese conferma al ben noto soldato romano Lancino. La lancia di tale centurione romano bucò il costato di Gesù, dal quale si narra che fuoriuscì acqua e sangue.
Per Lancino, tale segno era “l’inequivocabile” dimostrazione della “effettiva” morte del condannato.
Dal punto di vista medico – scientifico, la fuoriuscita di liquido (acqua) dal costato, potrebbe esser stata la conseguenza di un versamento pleurico, causato da una certa sofferenza del parenchima polmonare. La presenza del sangue comporta maggiori difficoltà al raggiungimento di una chiara spiegazione scientifica.
Lancino riferisce a Pilato della effettiva morte del “Rex Judeorum”, proprio perché dopo la ferita al costato, era fuoriuscita acqua mista a sangue.
Ma se Gesù fosse stato morto, al momento dell’atto del centurione romano, il sangue sarebbe veramente fuoriuscito? Il sangue non era forse già coagulato? E non sarebbe potuta uscire solo una piccola quantità di sangue liquido ed il resto sotto forma di coaguli più o meno organizzati ? Oppure il sangue, mescolato all’acqua, avrebbe causato la fuoriuscita di un liquido rosato e parzialmente schiumoso, come accade in casi di edema polmonare ?
Sarebbe interessante anche sapere, con precisione, lo spazio intercostale in cui venne inserita la lancia del centurione, per poter capire se la ferita possa realmente aver interessato il polmone (tale da giustificare anche solo parzialmente quanto descritto dai Vangeli), oppure il fegato, raggiungibile attraverso gli spazi intercostali “più bassi” del costato destro (e allora il versamento di liquido non sarebbe potuto avvenire!).
Andare avanti con gli studi rimane un imperativo
per chiunque cerchi quella verità che…!
Riferimenti bibliografici:
- T. Egeland: “Il cerchio si chiude”
- J. D. Tabor: “La dinastia di Gesù”
- R. Eisenman: “Giacomo, il fratello di Gesù”
- C. Augias, M. Pesce: “Inchiesta su Gesù”
- M. Meyer: “I Vangeli gnostici di Gesù”
- E. Bart: “Gesù non l’ha mai detto”
- D. Donnini: “Gesù e i manoscritti del Mar Morto”
- Baigent, Leigh, Lincoln: “L’eredità mesianica”
- Baigent, Leigh: “Il mistero del Mar Morto”
- E. Pagels: “I Vangeli gnostici”
- P. Rodriguez: “Verità e menzogne della Chiesa Cattolica”

“Per tutte le sue meraviglie nei secoli,
benedici l’Eterno, anima mia,
perché non respingi gli umili, e si volge
al grido dell’orfano, e non lascia
che pianga nelle mani dei violenti.
…Al Tuo gesto,
le Tenebre si son cambiate in Luce…
…e con Te, io sarò come chi entra
in una rocca fortissima, trovando
rifugio fra alte mura, fino al giorno
della mia liberazione…E so che, fino
a quel mio ultimo giorno, Tu
mi darai il Tuo amore.
Perché sei Padre, Tu, per tutti
i tuoi figli e
d’essere Padre vive in mezzo a noi.
Come la madre veglia il suo bambino,
come l’uomo pietoso stringe al petto l’orfano,
così Tu ami coloro a cui hai dato vita…
Come il fumo si rischiara e si dissolve,
sarà dispersa la perfidia del nemico.
Ed emergerà la giustizia,
eguale al sole che rischiara il mondo…
…Io ti cerco, Signore, e Tu,
rassicurante come una nuova aurora,
splende sopra i cieli…”
Testo ritrovato a Sekhakah (Qumran), nella Prima Caverna, e redatto ventidue secoli fa da autore sconosciuto, probabilmente membro della Yahad* del Deserto.