Le origini del cristianesimo, sacre scritture, storia della Chiesa cattolica, l'Inquisizione, i Templari, le Crociate, il Vaticano e la Curia romana, crimini religiosi, verità scomode e nascoste, storia del papato, i Vangeli, Qumran e Nag Hammadi.
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Quello che si può dire sulla vera famiglia del Cristo è stato in gran parte taciuto dalla Chiesa Romana. Sin dalle origini del cristianesimo i Padri della Chiesa si sono alacremente operati per celare ciò che probabilmente era evidente negli scritti testamentari originali. Nonostante questa continuata opera di mistificazione, non sempre l’evidenza dei fatti è stata celata efficacemente.
L’esegesi biblica, in mani adeguate, è un’arma potentissima, capace anche di far traballare le sedie dove i porporati si sistemano comodamente.
Gesù non era di Nazareth, perché tale città, all’epoca, non esisteva, e la conferma ci viene da vari storici, in primis Giuseppe Flavio. La parola Nazareno è solo una derivazione etimologica dell’omonima città della Galilea (comparsa a partire dal IV secolo d.C.). Non è nemmeno nato a Betlemme durante il censimento romano, perché tale censimento, effettuato da Quirino nel 6 – 7 d.C., trovava Gesù di almeno una decina di anni, ed Erode il Grande sotto terra già da un pezzo. Niente strage degli innocenti e niente fuga in Egitto.
Sorvoliamo sulla fecondazione di Maria da parte dello Spirito Santo. Resta il fatto che la verginità eterna della Madonna è un’invenzione risalente al II secolo d.C.: primo perché la stessa nascita del Messia, scientificamente, non può aver lasciato le “cose” come erano in origine; secondo perché Maria, la madre di Gesù, ha avuto altri tre figli e due figlie da Giuseppe, consumando dei normali rapporti sessuali matrimoniali.
Giuseppe, il cosiddetto padre putativo del Cristo o, secondo i punti di vista, il vero padre di sangue, non scompare affatto dai testi canonici. Si tratta solo di un abile camuffamento che ormai ha fatto il suo tempo. Il discendente della stirpe di Davide, viene chiamato con vari nomi, tranne che con quello che, almeno inizialmente, gli apparteneva. Giuseppe, nel Nuovo Testamento, personaggio scomodo per i Padri della Chiesa, perché vero padre dei fratelli del Signore, trova i nomi di Cleofa, Cleopa, Clopas o Alfeo. I nomi di Giacomo, Simone e Giuda, fratelli del Cristo, sono legati sempre tra di loro o con uno dei nomi sopra indicato per il proprio padre carnale.
Gesù veniva realmente chiamato il Nazireo, dalla setta religiosa alla quale apparteneva. E non solo lui: anche i tre fratelli, anche se con intenti differenti. I Nazirei vivevano seguendo
Giacomo fu vescovo della Chiesa di Gerusalemme, quella parte di Chiesa in opposizione alla fazione farisaica, dal 40 al 62 d.C. Successore di Gesù nella guida apostolica, sposò il nazireato a vita, il che prevedeva i voti di castità, obbedienza e povertà. Propugnò la conversione del popolo ebraico e non dello straniero o dei gentili (come venivano chiamati allora). La circoncisione, anche se mutata da un’antica tradizione egizia, era un requisito fondamentale per i Nazirei, così come le relative festività e le varie regole.
Studi in corso……………
Riferimenti bibliografici:
- R.Eisenman: “Giacomo il fratello di Gesù”
- Vangeli Apocrifi – Einaudi
- R. Eisenman: “I misteri di Qumran”
- E. Pagels: “Vangeli Gnostici”
- E. Pagels: “Il Vangelo di Tommaso”
- Il Vangelo di Giuda – National Geografic
EDITORIALE
RATZINGER SI CONFERMA NEL PROPRIO DOGMATISMO
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Ho letto un articolo del 12 settembre riguardante alcune parole dell’attuale pontefice, e riportate su Oknotizie dall’amico Zaccheo.
Come sempre il Papa tedesco riesce ad inquietarmi per quello che riesce a dire ogni volta che si pronuncia su argomenti di uso comune. Lasciamo perdere le questioni veramente importanti!
E’ incredibile come questo uomo, definibile come Vicario di Cristo, successore di Pietro sul soglio pontificio, riesca a dire delle amenità anche su cose banali.
Il Cristianesimo avrebbe salvato la società, credo moderna (!), dal nichilismo e dal fondamentalismo. Se è vero che Ratzinger è un grande studioso, allora è il caso che si renda conto che alle volte vale più un attimo di silenzio, piuttosto che due frasi di circostanza.
Il Cristianesimo non ha salvato niente e nessuno da chissà quale catastrofe umanitaria.
Parlare poi di fondamentalismo da parte di un pontefice come Ratzinger, equivale al detto “senti da che pulpito viene la predica”. Un Papa strettamente legato all’Opus Dei e alle frange più estremiste del cattolicesimo (tanto per fare un esempio, i Legionari di Cristo), così come lo era il suo predecessore, non dovrebbe fare prediche sul fondamentalismo, ma riconoscerlo ed abbatterlo, come tutti gli estremismi. Ratzinger dovrebbe anche fare mente locale sul numero di anni in cui è stato prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (Inquisizione). Oltre 20 anni di svariate persecuzioni!
Per concludere vorrei sottolineare come, dicendo che il giorno santo per i cristiani è la domenica, e come tale va rispettato e dedicato al Signore, non a cose frivole, Ratzinger mostra di falsificare apertamente la storia, dato che Gesù il Cristo, Colui sul quale è stata “costruita
Ma grazie alle parole di Ratzinger c’è sempre qualcosa da dire!!
Nessun riferimento bibliografico:
si tratta dell’opinione personale dell’autore.
PARTE II

La presenza di Shimon bar Ghiora riuscì ad acquietare i dissensi e a portare ordine all’interno delle disordinate file dei rivoltosi ebraici, che, tra l’altro, contavano numerose donne e bambini, rifugiatisi, nel tentativo di fuggire alle truppe imperiali, dentro
Nel frattempo, nonostante le ultime valutazioni non fossero incoraggianti, i romani iniziarono a preparare le proprie forze per l’attacco alle mura di cinta. Con grande solerzia ed abilità spianarono il terreno, abbatterono case e grandi quantità di alberi per poter costruire terrificanti armi d’assedio. L’elepoli romane richiedevano, per la costruzione, grandi quantità di legname.
I primi colpi di tali macchine si abbatterono con enorme violenza e precisione sul punto debole del Terzo Muro di cinta, indicato da Giuseppe Flavio e da Tiberio Alessandro.
I rivoltosi tentarono, guidati da Johanan, delle rapide sortite, nel tentativo di distruggere l’Elepoli, combattendo corpo a corpo, fino ad essere decimati solo dalla schiacciante superiorità numerica dei legionari romani.
Fu in quella prima occasione che i tribuni romani diedero inizio alla propria strategia del terrore. L’unico giudeo caduto vivo nelle mani dell’invasore venne inchiodato ad una croce davanti le porte di Gerusalemme. Un monito ai rivoltosi che osservavano dalle mura della Città Santa! Era il primo crocifisso di quell’assedio!
L’Elepoli, nel frattempo, continuava a colpire il Terzo Muro. Giorno e notte gli assediati udivano il rimbombare dei colpi, che si abbattevano sul solido muro di cinta, impedendo qualsiasi possibilità di reagire da parte dei difensori.
Il Muro iniziava a mostrare segni di cedimento. Il terreno tremava continuamente, con le pietre che man mano si scollegavano tra loro.
Quel martellamento durò per 14 giorni e 14 notti, quando con un ultimo colpo, si aprì una breccia nella struttura del Terzo Muro di cinta. I legionari, con un impeto ed una violenza inusitata, allargando il passaggio che si era creato, si riversarono all’interno, sicuri di avere tra le mani l’intera città.
Fu allora che i soldati imperiali si trovarono improvvisamente di fronte ad un’immensa e solida muraglia, molto più resistente e forte di quella appena abbattuta: si trattava del Secondo Muro di cinta, quello costruito da Erode il Grande circa cento anni prima. Le porte di ferro di quella ulteriore fortificazione si chiusero, portando in salvo coloro che si trovavano tra le due mura di difesa.
Ai romani sembrò un sortilegio, una sorta di maledizione. Quella leggenda che parlava di tre immense mura fortificate attorno all’intera città di Gerusalemme, si dimostrò essere una realtà disarmante, per un esercito abituato a combattere in tutt’altra maniera. Era la prima volta che l’Impero romano aveva a che fare con una città così fortificata e, apparentemente, imprendibile.
Dall’alto del Secondo Muro difensivo gli assediati scagliarono, contro l’invasore romano, ogni sorta di proiettile, costringendolo in breve tempo a ritirarsi fuori dalla portata dei colpi del nemico.
Gerusalemme riusciva a respingere l’impatto delle legioni romane, riportando una vittoria inutile ai fini della risoluzione della guerra, ma essenziale per il morale di un popolo tenuto in scacco dall’invasore.
Riferimenti bibliografici:
- Giuseppe Flavio: “Antichità giudaiche”
- Giuseppe Flavio: “Guerra giudaica”
- M.G. Siliato: “Masada”
Nonostante i numerosi tentativi di “spurgare” i sacri testi, quelle Sacre Scritture dichiarate canoniche con un Concilio ecumenico indetto da un Imperatore, da un uomo in armi, quelle molte verità, che ognuno di noi aveva il “sacrosanto” diritto di conoscere, sono emerse come fantasmi dalle sabbie millenarie delle terre di Palestina e d’Egitto.
Nell’anno del Signore 325 il Concilio di Nicea era partito con il presupposto di dare una sistemata alla ingarbugliata situazione religiosa che si presentava agli occhi dell’ormai decadente Impero Romano. Costantino fece la parte del leone, insieme ai vescovi delle varie province della nascente cristianità, molti dei quali Padri della Chiesa: mancava solo il pontefice, Papa Silvestro.
Ma le cose non potevano durare in eterno, sebbene i concetti precostituiti in quel lontano inizio di IV secolo d.C. abbiano retto fin troppo, grazie all’abilità di una forza politica come quella vaticana, che non ha guardato in faccia a nessuno pur di mantenere il suo status quo.
Con i recenti studi di esegesi biblica ci si rende conto che almeno tre dei quattro Vangeli canonici (i sinottici: Marco, Matteo e Luca) hanno subito degli stravolgimenti tali, da rendere difficile comprendere cosa sia realmente giunto a noi. Gli Atti degli Apostoli, scritto anch’esso da Luca, inizia ad avere una certa attendibilità a partire dai versetti 12 – 14: prima soprattutto storielle, spesso in contraddizione con i Vangeli stessi.
Molte delle parole di Gesù, non sono veramente le sue: c’è stato un regista che ha ritenuto corretto, per il bene delle prime comunità cristiano – giudee, modificare concetti che avrebbero potuto incontrare il dissenso dei popoli da convertire.
Ed è in questo contesto, complesso e surreale, che si inseriscono due delle figure più importanti della Storia della Chiesa Cattolica: Giacomo il “Giusto”, fratello di Gesù, e Paolo di Tarso, autoproclamatosi apostolo dei gentili.
Se al primo personaggio
La religione propugnata da Gesù il Cristo (come lo chiamava sempre Paolo, pur non avendolo mai conosciuto!), era un ebraismo moderato, dove il rispetto per
E dopo la morte, o meglio l’assassinio, di Giacomo il “Giusto” nel 62 d.C, grazie al complotto ordito dal sacerdote fariseo Anano e dall’erodiano Agrippa II, Paolo di Tarso ebbe il campo completamente libero.
Paolo aveva tutta la libertà di predicare, mentre iniziavano i tumulti ebraici che avrebbero portato alla devastazione dell’intera Palestina e alla distruzione di Gerusalemme (66 – 70 d.C.)
Riferimenti bibliografici:
- R. Eisenman: “Giacomo il fratello di Gesù”
- M.G. Siliato: “Masada”
- J.D. Tabor: “La dinastia di Gesù”
- Vangeli Apocrifi – Einaudi
- E.Pagels: “ Vangeli Gnostici”
- E.Pagels: “Il Vangelo di Tommaso”
PARTE II

Il traditore Giuseppe
Nonostante l’imponenza della costruzione, Tito Flavio aveva dalla sua parte il traditore e storico Josef ben Mattatia, il ben noto Giuseppe Flavio, che fin troppo bene conosceva la struttura di Gerusalemme e indicava la città, spiegando ai tribuni e allo stesso Tito, quali sarebbero potuti essere i punti più facilmente aggredibili dell’immensa fortificazione della Città Santa.
A settentrione si erano accampate le tre Legioni:
La cosa più sconfortante che i capi dei rivoltosi ebrei, insieme ai propri compagni, asserragliati nella Città Santa, e provenienti da tutte le terre della Palestina, dovettero vedere, furono i tribuni romani e lo stratega e traditore Tiberio Alessandro, con l’ausilio degli ingegneri e degli stessi genieri, studiare nei particolari il fianco settentrionale delle mura cittadine. Purtroppo era quello il punto più vulnerabile dell’immensa fortificazione: una spianata che già in passato aveva permesso l’accesso al centro abitato, sia alle truppe babilonesi sia, molto tempo dopo, alle truppe romane di Pompeo.
Negli ultimi decenni precedenti la nascita di Gesù, Erode il Grande aveva provveduto, oltre alla costruzione di una città “imprendibile” nella provincia dell’Idumea, Masada, a realizzare delle immense fortificazioni tutto attorno a Gerusalemme. I quartieri suburbani con il tempo si erano estesi oltre il Primo Muro di cinta, rimanendo, in caso di attacco, completamente alla mercè del nemico. Erode fece erigere una seconda linea difensiva, un Secondo Muro di cinta, anch’esso a circondare l’intera città della Giudea. In alcuni punti le due Mura s’incastravano fra loro, rendendo le fortificazioni ancora più massicce ed imponenti.
Fu il giovane re Agrippa I, turbato dai continui movimenti di truppe militari romane, nelle terre di Palestina e nella vicina Siria, che fece costruire il Terzo Muro di cinta, inglobando il quartiere di Beth – Zeta, ed un rilievo roccioso, il monte Goreb, tristemente noto, in lingua ebraica, come Golgotha.
Durante il terribile assedio romano della capitale della Giudea, fra gli uomini che attendevano l’inevitabile scontro con i legionari, un giovane uomo di particolare valore, il cui nome sarebbe ben presto divenuto sacro per il popolo ebraico, prese su di se la responsabilità della difesa della Città Santa, ed in particolare del Terzo Muro di cinta.
Si trattava di Shimon bar Ghiora che, dopo aver combattuto i romani in lungo ed in largo, senza però poter impedire la distruzione totale delle città della Palestina fino a quel momento toccate dall’onda d’urto imperiale, era entrato in Gerusalemme alla testa dei suoi valorosi uomini, prendendo in mano le redini della situazione.
Riferimenti bibliografici:
- Giuseppe Flavio: “Antichità giudaiche”
- Giuseppe Flavio: “Guerra giudaica”
- M.G. Siliato: “Masada”
COME INTERPRETARE IL SUO LIBRO ?

In questo periodo della mia attività di ricerca e di studio sulle origini del cristianesimo mi sono sfortunatamente imbattuto in uno dei peggiori testi che tentano, inutilmente, di dire qualcosa su un tema spinoso come quello religioso.
Senza voler offendere nessuno, a parte il fatto per la sacrosanta libertà di parola, il dottor Odifreddi avrebbe fatto meglio a continuare a fare il matematico. Un libro come il suo ritengo che non sia proprio di aiuto a nessuno, né ai fedeli cristiani, né agli atei o agnostici.
Un testo impregnato di acredine, dove la presunzione dell’autore e la sua volgarità, si respira ad ogni pagina sfogliata.
Eh, si! Perché occorre comunque leggerlo questo libro, anche se sarebbe meglio acquistarlo quando sarà rintracciabile nella omonima versione economica!
Non è comprensibile l’intento dell’autore. Dare addosso alla Chiesa e alle Sacre Scritture non è poi così difficile, se si usano solo le fonti testuali e bibliografiche che ci fanno comodo, tralasciando tutti quei testi che hanno da dire qualcosa in riferimento all’argomento trattato, ma che sono contrari alla “crociata” che si cerca di portare avanti.
L’inizio del testo è a dir poco disarmante, stando all’accostamento, senza alcun ritegno, tra i cristiani ed i cretini, sulla base di una presunta derivazione etimologica.
Anche il sottoscritto scrive articoli in un blog, dove
Il dottor Odifreddi fa di tutta l’erba un fascio, unico, indivisibile, attaccando qualsiasi cosa la sua mente razionale di matematico non riesce minimamente ad avvicinare. Questo lo ha portato a scrivere delle brutte critiche su quanto ormai non è creduto più nemmeno dal vero credente: i dogmatici, gli intransigenti ed intolleranti, gli estremisti cattolici non fanno testo, e sono forse gli unici che potrebbero risentirsi di un tale libro.
Credo sia inutile spendere tante, troppe parole, su alcuni passi dell’Antico Testamento, cercando di dimostrare che i dati ivi presenti non sono storici e tanto meno attendibili. Lo aveva già fatto presente, parecchio tempo addietro, un personaggio dell’importanza del filosofo Spinoza, fra l’altro di origine ebraica, nel suo “Trattato politico – teologico”.
La stessa cosa avviene con tutto ciò che riguarda il Nuovo testamento, ovviamente i libri canonici. Tutto quello che è emerso da Khirbet Qumran e da Nag Hammadi, oltre ad altri importanti siti archeologici, sembra non sfiorarlo minimamente. Vengono nominati solo alcuni Padri della Chiesa, ma solo quelli che, almeno apparentemente, risultano utili alla causa “odifreddiana”.
Eppure se si ha la pazienza di leggere i Vangeli Apocrifi, i Vangeli Gnostici, le cosiddette Pseudoclementine, il Vangelo di Giuda, ed alcuni testi ormai scomparsi, ma rintracciabili tra le parole dei primissimi Padri della Chiesa, quello che emerge è qualcosa di talmente complesso ed affascinante, da non poter essere liquidato con un testo denigratorio, e dove risulta evidente la carenza delle più recenti informazioni in merito a ciò che viene scritto con tanta non curanza.
Riferimenti bibliografici:
- Piergiorgio Odifreddi: “Perché non possiamo essere cristiani”
PARTE I

Vespasiano era diventato Imperatore, e se ne stava tranquillamente a Roma. Il figlio Tito Flavio rimaneva in ozio nella città costiera di Cesarea con le proprie legioni.
Per molti ebrei, il breve periodo di calma apparente, sembrava l’avverarsi di antiche profezie, inerenti l’allontanamento dello straniero dalle terre di Palestina: erano tornati i sogni per un futuro luminoso e di pace.
Ma la realtà era ben diversa. Il nuovo Imperatore aveva lasciato nelle terre d’oriente il figlio, perché
Vespasiano conosceva benissimo i difetti del figlio, e fin troppo bene le difficoltà che avrebbe incontrato alla guida delle legioni imperiali, nell’affrontare la rivolta giudaica. Gli aveva messo al fianco, non a caso, il prefetto d’Egitto, Tiberio Alessandro, un traditore della stessa risma di Giuseppe Flavio.
Furono in molti a ritenere che la sconfitta giudea, primo fra tutti il capo dei rivoltosi di Masada, Eleazar ben Jair, fosse stata la conseguenza non solo della dirompente forza delle armate imperiali, ma anche e soprattutto della presenza di alcuni “vili traditori”: Tiberio Alessandro, lo stratega; Giuseppe Flavio, lo storico (ex capo delle forze armate della Galilea); Agrippa, servitore di Roma.
Fu all’improvviso che la situazione mutò: le legioni stanziate a Cesarea si misero in movimento, così come
Tito Flavio, comandante in capo delle immense truppe romane, e figlio dell’Imperatore, giunse in breve davanti alla città di Gerusalemme. Un’immensa distesa di uomini e mezzi era pronta a dar battaglia ad un nemico che, dall’enormi mura fortificate della Città Santa, osservava l’agghiacciante spettacolo che gli si parava innanzi. Ma anche gli stessi legionari furono colpiti dallo “spettacolo” che le grandiose mura di pietra bianca, poste sulla roccia viva, offrivano a coloro che si avvicinavano alla capitale della Giudea, insieme agli strapiombi che tutt’attorno circondavano la città.
I tribuni romani compresero in breve che tutto quello che avevano davanti non lasciava presagire niente di buono: capirono che non ci sarebbe stata nessuna conquista rapida e facile. Le cose si stavano complicando e sapevano che, l’inevitabile conseguenza sarebbe stata una carneficina.
Riferimenti bibliografici:
- Giuseppe Flavio: “Antichità giudaiche” – “Guerra giudaica”
- M.G. Siliato: “Masada”
UNA VERITA’ INGOMBRANTE

Le Sacre Scritture, la cui redazione dovrebbe riportare i fatti accaduti nel I secolo, mostrano delle carenze, che in alcuni ambiti sono veramente disarmanti. Il Nuovo Testamento, che narra la storia della Palestina nel periodo della predicazione di Gesù, degli apostoli e di Paolo di Tarso, tralascia volutamente un argomento di primaria importanza: la famiglia di Gesù, quella vera però!
Gli ultimi studi di esegesi biblica (pubblicati nel 2007), effettuati mettendo a confronto i testi canonici, alcuni apocrifi e gli scritti di alcuni cronisti e religiosi dell’epoca (il Vangelo degli Ebrei, il Documento di Damasco, i Riconoscimenti Pseudoclementini e gli scritti perduti di Egesippo, anche se riportati da Eusebio nella sua “Storia Ecclesiastica”), mettono in evidenza delle informazioni che l’ortodossia cattolica ha sempre cercato di camuffare, se non proprio di nascondere.
Per
Questa sarebbe stata la famiglia del Cristo, con un padre, per l’appunto Giuseppe, che viene inspiegabilmente fatto scomparire.
Le cose però stanno in ben altra maniera, e a dimostrarlo sono gli approfonditi studi esegetici di uno dei più grandi studiosi della nostra epoca: il Robert Eisenman, autore di numerose pubblicazioni sulle origini del cristianesimo.
Innanzi tutto, che ne dica
Nei Vangeli compare la figura di Giacomo, riferita quasi sempre al fratello di Giovanni, figli di Zebedeo, ad eccezione di quelle rare occasioni in cui non è stato possibile camuffare l’identità di un altro Giacomo, detto il minore. In realtà quest’ultimo era Giacomo il “Giusto”, fratello (come dice lo stesso Eusebio di Cesarea) secondo la carne del Signore. I primi trascrittori della Bibbia ed i Padri della Chiesa hanno cercato di sminuire i fratelli di Gesù, sia per l’importanza che ciascuno di essi ha avuto nel periodo storico antecedente la distruzione del Tempio di Gerusalemme, sia perché avrebbero dovuto far riferimento alla Comunità del Deserto, ai ben noti Esseni, meglio definibili come Nazirei, e sia perché doveva essere portato avanti il concetto della Santa Verginità della Madonna.
Oltre a Giacomo il “Giusto” (di cui parlerò specificatamente nel prossimo editoriale), è doveroso far riferimento a Simone lo “zelota”, detto anche Simone il “cananeo”o Simeone bar Cleofa. In ogni caso si tratta sempre del terzo fratello, appartenente agli “zelanti della Legge”, elementi della Comunità dei Nazirei, insediati principalmente nelle città di Qumran (Giudea), e Masada (Idumea) e Gamala (attuale Golan).
L’ultimo dei quattro, anch’esso appartenente alla stessa Comunità dei fratelli, è il personaggio che più difficilmente è riconoscibile. Numerose manovre sono state fatte attorno a questo personaggio, assegnandoli una miriade di nomi nel tentativo di renderlo irriconoscibile. Giuda lo “zelota” è il nome che dovrebbe contraddistinguerlo; invece, nelle scritture, troviamo: Taddeo, Lebbeo, Giuda Tommaso, Giuda Didimo Tommaso, Giuda Iscariota fratello di Simone Iscariota. Quest’ultimo nome apre degli scenari inquietanti per l’entourage ecclesiastico. Giuda, il fratello minore di Gesù, potrebbe mai essere quello che
E’ necessario accennare anche al fatto che Giuseppe, padre “putativo” di Gesù, in effetti non scompare dalle scritture: viene solamente camuffato in maniera piuttosto abile, tanto che solo recentemente se ne è scoperta l’inequivocabile presenza.
Riferimenti bibliografici
EDITORIALE
ERESIE MEDIEVALI IN ITALIA

Al perfido e scrupoloso controllo della “Santa Inquisizione”, nemmeno gli Ordini riconosciuti dalla Chiesa, riuscirono a sottrarsi, subendo inopinatamente l’accusa di eresia.
Già prima della morte del Santo fondatore, i francescani si divisero in due correnti: i conventuali, favorevoli ad un ammorbidimento della Regola della povertà, e gli spirituali, detti “zeloti”, fedeli alla Regola originaria e fortemente critici nei confronti della Chiesa di Roma.
Dopo la morte di Francesco, nel 1226, le posizioni tra le due correnti si irrigidirono al punto da giungere ad un vero e proprio scontro. Nel 1274 un gruppo di frati marchigiani, preoccupati dalla notizia, peraltro falsa, che
Nell’anno 1294, Papa Celestino V concesse a questa frangia legata alla Regola francescana originaria, di costituirsi in un Ordine separato. Tale concessione venne revocata da Papa Bonifacio VIII (appartenente alla famiglia Castani), e li perseguitò.
Tale “eresia” consisteva, essenzialmente, nel tenere in grande considerazione profezie apocalittiche, in special modo nell’interpretazione “estrema della Regola della povertà.
La loro affermazione che “Cristo e gli apostoli non possedevano alcuna proprietà”, costò il rogo a svariati frati francescani, durante il pontificato di Urbano IV (1261 – 1264).
Papa Giovanni XXII, condannato dai “fraticelli” come l’anticristo, iniziò a perseguitarli a partire dal 1316, anno della sua salita al soglio pontificio.
Nel 1322 il Capitolo generale dei frati Minori (i francescani spirituali), prese posizione nella discussione teologica, dichiarando chiaramente che “Cristo e gli apostoli avevano patito l’assoluta povertà”. L’anno successivo, sempre Papa Giovanni XXII, bollò come eretiche le tesi dei frati Minori e ordinò all’Inquisizione di perseguire chiunque sostenesse tali teorie.
Negli anni successivi finirono sul rogo numerosi frati francescani !
Riferimenti bibliografici:
- D. Christie-Murray: “I percorsi delle eresie”
- G.G. Merlo: “Eretici ed eresie medievali”
GLI INTRIGHI POLITICI DELLA CHIESA
Dopo la morte dell’Imperatore Giustiniano, in Italia si stabilirono dei vicini piuttosto scomodi per i vescovi di Roma. Si trattava dei Longobardi che, ad ondate successive, avevano invaso ed occupato buona parte della penisola italiana.
Nell’anno del Signore 728, il re longobardo Liutprando cercò di approfittare di una spinosa questione che investiva
Sebbene i territori non avessero un grande valore economico e strategico, rappresentarono il primo nucleo di quello che sarebbe diventato lo Stato Pontificio.
Ma come spesso è accaduto nella storia, gli amici di un tempo divengono i nemici di oggi. Il regno longobardo divenne, con la sua forte presenza, un serio pericolo per l‘indipendenza d Roma.
Negli anni 755 e 756, Pipino, re dei Franchi, scese in Italia, per rispondere alla chiamata di Papa Stefano II. Sconfisse i longobardi e regalò alla Chiesa, Ravenna,
I territori così generosamente regalati alla Chiesa da Pipino, erano però di proprietà dell’Imperatore di Bisanzio, che s’infuriò per il furto subito.
Provvidenzialmente sbucò dal nulla un antico documento: il testamento autografo dell’Imperatore Costantino I. In base a tale documento, l’Imperatore che trasformò il cristianesimo in religione di stato, guarito dalla lebbra da Papa Silvestro, aveva già donato alla nascente Chiesa di Roma, non solo i territori riconquistati da Pipino, ma l’intera penisola italica ed il primato sulle Chiese metropolite di Antiochia, Costantinopoli, Alessandria e Gerusalemme.
Si trattava della famosa “Donazione di Costatino”, un vero e proprio falso storico, ma che avrebbe costituito una giustificazione al potere temporale dei Pontefici. E non solo nel periodo medievale!
Papa Gregorio VII e Papa Innocenzo III, arrivarono a teorizzare la teocrazia, la supremazia del potere della Chiesa su quello di re ed imperatori.
Solo nel 1440 venne definitivamente dimostrata la falsità della Donazione.
Riferimenti bibliografci:
- L. Valla: “De falso credita et ementita Costantini Donatione”
- P. Rodriguez: “Verità e menzogne della Chiesa Cattolica”
- A. Andreas: “Costantino tra cristianesimo e paganesimo”
- G. Aberigo: “Storia del Cristianesimo”
ANNO DEL SIGNORE 1235: L’INQUISIZIONE DIVENTA ATTIVA.
Nel anno del Signore 1233 Papa Gregorio IX costituì l’organizzazione ecclesiastica, tristemente nota come “Santa Inquisizione”, conferendone il controllo effettivo ai domenicani (ordine fondato da Domenico di Guzman, morto qualche anno prima), ed in parte, alle frange vicine al Papa, dell’ordine dei francescani.
L’inquisizione divenne effettiva, con i propri tribunali ed i relativi “processi” a partire dal 1235. Alcuni anni dopo, fu un altro pontefice a rendere le cose ancora più approssimative e violente: Papa Innocenzo IV. Tale Vicario di Cristo autorizzò ufficialmente l’ufficio inquisitorio a praticare la tortura per ottenere la “verità”.
Il primo tipo di tortura praticato era di tipo psicologico: il presunto eretico, o strega che fosse, veniva condotto nella sala degli interrogatori, dove erano visibilmente esposti tutti gli strumenti di supplizio. Le “streghe” venivano denudate innanzi al magistrato, depilate e coperte con un lenzuolo!
La tortura più blanda era la già nota fustigazione.
C’era poi la cosiddetta “corda”: le braccia venivano legate, tese all’indietro, con una corda fissata ad una carrucola; tramite questa, la vittima veniva tirata verso l’alto, provocando la slogatura delle spalle.
Peggio della “corda” c’era il cavalletto, un pezzo triangolare di legno con lo spigolo rivolto verso l’alto: “Il corpo del torturato, uomo o donna che fosse, veniva steso e legato strettamente sullo spigolo, che gli penetrava nella carne dal collo ai glutei. Poi alle mani e alle gambe venivano legati dei pesi, via via più massicci; oppure delle funi collegate a un rullo, che girava per mezzo di una leva. Tendendo progressivamente le corde, tutto il corpo veniva stirato, e le membra si slogavano, dopo un tempo variabile, sulla base della resistenza e della corporatura del torturato”
Un’altra pratica spesso usata, era quella di accendere un fuoco sotto i piedi della vittima.
C’erano poi le tenaglie, il cui uso è di facile comprensione, e tanti altri strumenti.
In teoria la tortura, che si trattasse di eretici, streghe o alchimisti praticanti la magia, sarebbe dovuta durare un tempo limitato, ed un medico doveva sorvegliare le operazioni, affinché la vita dell’imputato non venisse messa in pericolo o non ci fossero conseguenze gravi per la salute.
Di fatto il supplizio continuava a discrezione dell’inquisizione (ricordo che si trattava di un sacerdote,ndr), ed i casi di morte, storpiature e di gravi lesioni corporali non erano assolutamente rari, grazie alle sevizie subite.
Riferimenti bibliografici:
- D.Christie-Murray: “I percorsi delle eresie”
- I.Mereu: “Storia dell’intolleranza in Europa”
- V.De Angelis: “Le streghe. Roghi, riti, processi e pozioni”
- G.G.Merlo: “Eretici ed eresie medievali”
- N.Benazzi, M.D’Amico: “Il libro nero dell’Inquisizione”
L’INQUIETANTE POTERE TEMPORALE DELLA SANTA SEDE
Le questioni più interessanti riguardano però lo Ior, l’Istituto opere religiose, la banca privata del Papa, unico azionista dell’istituzione.
Sono ben noti i più recenti fatti riguardanti Marcinkus, Calvi, Sindona, Gelli e
Ci sono anche documenti che riconoscerebbero lo Ior come uno dei maggiori partner della Germania nazista nella spartizione del tesoro della Croazia indipendente (stato fantoccio tedesco), valutato, nel
I nazisti croati, gli ustascia, accesi nazionalisti, arrivarono a massacrare, sotto lo sguardo inerme della Chiesa di Roma, oltre 500.000 cristiani, oltre a parecchie decine di migliaia di ebrei e gitani.
Alla fine della guerra, nel 1945, il dittatore Ante Pavelic, insieme ai propri gerarchi e numerosi religiosi di fede cattolica, trovò rifugio a Roma, e visse per ben tre anni nascosto nel Collegio di San Girolamo degli Illirici. Nel 1949
Nella stessa maniera,
A capo di tale organizzazione di soccorso vaticana c’erano un certo monsignor Draganovic, ex colonnello ustascia, ed il vescovo Alois Hudal, titolare della Chiesa di Santa Maria dell’Anima in Roma, uomo di fiducia di Papa Pacelli.
Riferimenti bibliografici:
- J.Fo, S.Tomat, L.Malucelli: “Il libro nero del cristianesimo”
- P.Rodriguez: “Verità e menzogne della Chiesa cattolica"
L’OPUS DEI E
Dalle testimonianze di John Roche, ex numerario, e Padre Vladimir Feltzmann, ex sacerdote dell’Opus Dei.
“Padre Josémaria era un uomo vanitoso ed arrogante. Chiedeva obbedienza assoluta.Era un uomo sostanzialmente volgare, intelligente ma non raffinato, certamente non uno studioso o un uomo di cultura. Di fondo era disonesto, un autentico leader di una setta, fedele alla propria interpretazione della Chiesa cattolica, ma pronto a rivoltarsi contro il Papa e contro
“Quale condizione di appartenenza all’Opera, Escrivà esigeva dai suoi membri l’accettazione del fatto che l’Opera stessa fosse stata rivelata direttamente a lui da Dio, e che essa fosse quindi assolutamente perfetta; che lui fosse infallibile nelle questioni dello spirito dell’Opus Dei…” – John Roche.
“La crociata dell’Opus Dei si propone di mutare il volto della Chiesa…Dio lo vuole! Noi siamo gli eletti di Dio! Una convinzione di molti dei membri facenti parte dell’Opera, anche di persone che ricoprono alti incarichi nella Curia romana. Ripetono con grande spirito di persuasione: l’Opus Dei è stata eletta da Dio per salvare
Secondo l’ex sacerdote dell’Opus Dei, molto vicino al fondatore dell’organizzazione, Escrivà vedeva
“Se Padre Josémaria ha odiato qualcosa, questo era proprio il comunismo. Esso rappresentava il male per lui, perché aveva sofferto a causa di questo. Vedeva
“Nei Centri opusiani non si diceva Hitler contro gli ebrei o Hitler contro gli slavi, ma Hitler contro il comunismo…Una volta mi disse – e lo disse proprio a me – che, se la gente pensa che Hitler abbia ucciso sei milioni di ebrei, certamente esagera. Hitler non era così malvagio. Potrebbe aver ucciso al massimo tre o quattro milioni di ebrei…”
“Le tre macchie che segnavano la storia, ed in particolare
Riferimenti bibliografici:
- P.Hertel: “I segreti dell’Opus Dei. Documenti e retroscena”
- J.Ynfante: “La prodigiosa aventura del Opus Dei: genesis y desarrollo de
-
- K.Steigleder: “L’Opus Dei vista dall’interno”
EDITORIALE

Amina Mazzali, ex numeraria di 36 anni, entrò nell’Opus Dei, grazie alle intense manovre di proselitismo, all’età di 15 anni. Donna forte e determinata, resa tale dalle immense sofferenze patite all’interno dell’Opera, ha avuto grande difficoltà a tornare a parlare di quello che per lei è stato un incubo: la vita all’interno di un’organizzazione, definita da alcuni testimoni diretti, “opus diabulii”. Lo scrittore Ferruccio Pinotti è riuscito, con grande fatica, ad ottenere un’intervista con Amina, che racconta:
“A 17 anni ho iniziato la mortificazione corporale: dovevo portare il cilicio alla coscia (per due ore al giorno), e frustarmi con la disciplina, cioè la frusta. Non è una scelta, o una cosa facoltativa: te la chiedono espressamente, la mortificazione corporale. Il cilicio e la disciplina li dovevo usare solo quando mi trovavo nei Centri dell’Opus Dei…”
“…Fu la numeraria che mi fece entrare nell’Opera che iniziò a parlarmi, in maniera approssimativa ma decisa, della mortificazione corporale. Disse che era per volere del Padre. Io rimasi allibita, pensando che si trattasse di uno scherzo, e quando gli espressi tutto il mio stupore, mi disse che era un modo per avvicinarsi a Cristo. Mi ricordò che avevo promesso di essere disposta a dare tutto. Ti dicono che se ti tiri indietro sei una persona inaffidabile e vigliacca e che non sei degna della chiamata privilegiata di Dio…”
“…Mi venne detto che le numerarie, per volere del Padre, devono compiere ogni giorno la mortificazione corporale…Mi dissero che bisognava essere disposti a tutto; che il cilicio si ispirava alla corona di spine di Gesù…”
“…La disciplina è costituita da una corda intrecciata e annodata, che forma un manico da cui si dipartono tre o quattro funi intrecciate con nodi. Tra i numerari si diceva che il Padre Josemarìa avesse inserito dei chiodi nella frusta, delle lamette da taglio (lo conferma John Allen – in bibliografia)”
Amina descrive il cilicio:
“…Una cintura di metallo composta da vari semianelli, ognuno dei quali ha delle punte, e va posizionata nella parte alta della coscia. Ovviamente si può stringere a “piacimento”. A me sono rimaste le cicatrici…Si doveva indossare anche mentre camminavi, senza far vedere che portavamo il cilicio: all’esterno non doveva saperlo nessuno…”
Riferimenti bibliografici:
- J.Allen: “Opus Dei – La vera storia: i segreti della forza più controversa nella Chiesa cattolica”
- P.Hertel: “I segreti dell’Opus Dei. Doumenti e retroscena”
- K.Steigleder: “L’Opus Dei vista dall’interno”

Carmen Charo Perez è stata numeraria dell’Opus Dei per diciotto anni ed ha vissuto in tre diversi Centri spagnoli: Valencia, Murcia e Pamplona. Di uno di questi ne è divenuta la direttrice. Adesso ha quarantotto anni, vive nei Paesi Baschi ed è sposata.
La sua testimonianza:
“Ho lasciato l’Opus Dei perché mi sentivo morire. Ho sofferto per sette anni di una pesante depressione e sono stata sottoposta anche a trattamento psichiatrico (la cuarta planta – vedere altri articoli sull’Opera).
Quando ero nell’Opus Dei, poco a poco, iniziavo ad essere incapace di fare un numero sempre maggiore di cose e di lavorare; mi sentivo senza vita. Stavo così male che devo ammettere che non avevo nemmeno la forza di prendere la decisione netta di lasciare l’Opus Dei. Non ero neppure in grado di dubitare dell’Opera. Quando me ne andai, non ero nemmeno più capace di intendere e di volere, non ero in grado di ragionare, di analizzare la mia condizione…”
I termini che potevano descrivere la persona di Carmen Charo Pérez erano malessere, distruzione della personalità e, soprattutto, senso di colpa.
“Tutto quello che non funzionava nell’Opera era colpa mia. Ero io che non rispondevo ad un modello di vita, quello dell’Opus Dei… Il mio malessere dava grande scandalo all’interno dell’Opera. Mi fecero credere che avevo una grave infermità mentale cronica, che dovevo offrirla a Dio e conviverci per il resto dei miei giorni. Era certo che non si poteva curare e nel frattempo, giorno dopo giorno, le manifestazioni del mio disturbo si fecero sempre più intense”
Conclude Carmen Pérez:
“Nell’Opera non si vive il Vangelo, perché si valutano le persone secondo pregiudizi; le si classifica. Tu, nell’Opera, quando hai davanti una persona, vedi solo se ti serve o no. Nell’Opera prevale un senso utilitarista delle persone”
Riferimenti bibliografici:
- F.Pinott: “Opus Dei segeta”
- P.Hertel: “I segreti dell’Opus Dei. Doumenti e retroscena”
- K.Steigleder: “L’Opus Dei vista dall’interno”