LA VERITA' TRA I RAMI DI ULIVO

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07.05.2007 Un ragazzo divenuto uomo inseguendo con passione le sottili tracce della VeritĂ , quella scomoda, imbarazzante, fastidiosa e taciuta....quella che non andrebbe mai raccontata!

In una società così appestata e maleodorante, ci sarà pure qualcosa in cui credere...!

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domenica, 21 ottobre 2007

LA DISTRUZIONE DELLA CITTA’ SANTA

 

 TITO INSANGUINA LA GIUDEA

 

 

PARTE VI

 

 Tito Flavio, imperatore di Roma 79 -81 d.C.

Tito Flavio, figlio dell’imperatore Vespasiano, era furioso. Non era pensabile che l’esercito più grande e potente sulla faccia della terra potesse essere messo in scacco da un gruppo di rivoltosi, asserragliati dentro le mura della Città Santa, uno degli ultimi baluardi della rivoluzione giudaica.

Nel campo romano regnava la confusione: alcuni tribuni, per la rabbia e l’impazienza, avrebbero voluto portare un attacco diretto, mentre i più savi, non avevano alcuna intenzione di mandare al macello i propri uomini.

Fu il traditore Tiberio Alessandro che propose una soluzione alternativa: quella di bloccare completamente la città, tanto da impedire a uomini e a donne di fare il ben che minimo tentativo di lasciare Gerusalemme di nascosto. Ridurre la città alla fame, divenne un imperativo assoluto.

Tito Flavio però comprese che non poteva disperdere le sue truppe attorno all’immensa città. Decise di costruire un vallo, un muro invalicabile, circondando interamente la Città Santa, in modo da poter essere pattugliato giorno e notte. I rivoltosi stavano andando incontro alla fine del topo, chiusi dentro quelle mura con il cibo e l’acqua che iniziavano a scarseggiare.

Il vallo, lungo oltre 7 km, venne costruito con un velocità straordinaria, in circa tre giorni!

Tito Flavio, sebbene venisse ritenuto un uomo mite, disponibile alle trattative, e, nonostante tutto, tollerante, le difficoltà dell’assedio, le perdite umane e la durata stessa dell’assedio, lo avevano trasformato in quello che il padre, l’imperatore Vespasiano, aveva sempre desiderato: un uomo crudele e senza scrupoli, pronto a tutto per l’onore e la gloria di Roma. Da allora, Tito, incominciò a crocifiggere tutti coloro che cadevano vivi nelle mani dei romani. Ogni giorno le crocifissioni aumentavano, tanto che si giunse al punto che lo spazio  iniziò a scarseggiare.

Ad alcuni, presi nel tentativo di abbandonare la città sotto assedio, venivano tagliate le mani, ed i moncherini venivano infilati nella pece bollente. Rispediti poi indietro, nel tentativo di convincere i rivoltosi alla resa, nella maggior parte dei casi morivano in breve tempo, tra indicibili sofferenze.

Giuseppe Flavio ha scritto che, il figlio dell’imperatore, provava compassione per le sue vittime! Comunque, scriveva lo storico ebreo: “…le crocifissioni raggiunsero la cifra di oltre 500 al giorno, talvolta anche più…I legionari si divertivano a crocifiggere i rivoltosi catturati in tutte le pose possibili”

Ma la più lunga e spaventevole delle torture era la fame. All’inizio dell’assedio, nella Città Santa, gente proveniente dalle campagne circostanti, uomini, vecchi, donne e bambini di qualsiasi età, e  dalle città conquistate e rase al suolo dalle truppe romane, raggiungevano la ragguardevole cifra di oltre un milione di persone, ristretti ormai all’interno dell’antichissima cinta del Primo Muro difensivo. Le scorte di cibo erano ormai agli sgoccioli, ed alcune squadre armate andavano di casa in casa, nel tentativo di recuperare un po’ di cibo.

In tali condizioni, le persone più esauste e malnutrite venivano lasciate morire. Gli altri cercavano di sopravvivere come potevano: nascondendosi mentre mangiavano qualcosa, mangiando cibo pressoché crudo. Chi aveva più forze, otteneva più cibo, strappandolo ai più deboli. Si frantumavano gli affetti, spariva la pietà: si toglievano vicendevolmente di mano il cibo mogli, mariti, i forti contro i deboli, i bambini, gli anziani.

La città era divenuta un immenso campo di concentramento, senza alcuna speranza di uscirne vivi, se non attraverso la crocifissione.

Ben presto, nella Valle del torrente Kidron, ad est della città, dall’alto delle mura i rivoltosi gettavano giù dei fagotti che non erano altro che cadaveri: gente morta letteralmente di fame.

Giuseppe Flavio riferisce che lo stesso Tito Flavio, ispezionando il vallo, aveva visto la scarpata riempirsi rapidamente di cadaveri. Per i romani si trattava di una sensazione di ribrezzo e di sbalordimento: i liquami che colavano dalle mura della città, si mescolavano con i corpi in decomposizione. E i giorni passavano. Una confusa paura si stava pian piano facendo strada tra le legioni romane: incerti e stanchi non riuscivano a comprendere quali forze e speranze tenessero in piedi i rivoltosi. Tutto questo rappresentava la terrificante prova di un’indistruttibile forza di volontà!

Riferimenti bibliografici:

-          Giuseppe Flavio: “Antichità giudaiche”

-          Giuseppe Flavio: “Guerra giudaica”

-          M.G. Siliato: “Masada”


sabato, 20 ottobre 2007

LA DISTRUZIONE DELLA CITTA’ SANTA

 TITO INSANGUINA LA GIUDEA

 

PARTE V

 

 

 IL TEMPIO !

…A quel punto, i soldati romani, impietriti davanti a quello spettacolo del tutto inatteso, pensarono di trovarsi di fronte ad una vera e propria stregoneria. Roma e le sue famose, quanto famigerate legioni, nelle numerose campagne di conquista, fino a quel momento compiute, non aveva mai dovuto affrontare un simile sistema difensivo.

Le retroguardie giudee erano riuscite ad erigere delle barricate tra le abitazioni che rimanevano tra il Secondo ed il Primo Muro di cinta, riuscendo a salvare gran parte degli abitanti della “Città Nuova”, combattendo corpo a corpo contro l’invasore straniero.

Ovviamente le enormi porte del Primo Muro non potevano riaprirsi: la retroguardia, sotto lo sguardo sconfortato ma fiero ed orgoglioso dei compagni che colpivano il nemico da sopra le mura, era destinata a perire sotto i colpi dell’esercito romano. Nessuno di quegli uomini, sprezzanti della morte, avrebbe mai accettato di cadere vivo nelle mani del nemico.

Giuseppe Flavio racconta che i combattimenti sotto le mura di Gerusalemme si protrassero ininterrottamente per tre giorni e per tre notti. Ogni soldato giudeo che cadeva, lasciava accanto a se almeno 4 o 5 corpi di legionari.

I superstiti furono pochissimi, nell’ordine di qualche unità; quelli che in un momento di stanca, di una battaglia apparentemente interminabile, riuscirono ad infilarsi in un pertugio largo quanto “la lama di un coltello”.

Sempre lo storico dei romani, il traditore Giuseppe Flavio (Josef ben Mattatia), racconta che lo stesso Tito Flavio, dopo tale incursione, contò i propri morti: erano troppi anche per il figlio dell’Imperatore. Tra Tito e Vespasiano c’era un’enorme differenza: il figlio non avrebbe mai posseduto le qualità del padre. Non era un “vero e proprio Dux”. E dopo i primi assalti alla Città Santa, iniziava a mostrare segni di sfiducia e di paura, come scrisse lo storico che non lo perdeva di vista nemmeno un attimo.

Dopo il crollo del Secondo Muro, i legionari avevano dovuto combattere in mondo ravvicinato, nelle strade, casa per casa, corpo a corpo contro i rivoluzionari, notevolmente inferiori di numero, ma con un ardore tale da riuscire, in alcuni frangenti, a tener testa all’imponente esercito di Roma. I legionari in uno spazio così ristretto si erano trovati impossibilitati a scatenare la propria travolgente massa di uomini e ferro.

Tiberio Alessandro, l’altro dei due importanti traditori della causa giudaica, fece presente a Tito Flavio e ai vari comandanti delle truppe romane che, per far cadere Gerusalemme, occorreva conquistare il Tempio e distruggerlo. Sarebbe stato come schiacciare la testa del serpente.

Ma il Tempio, contemplato con odio dai romani, era di per sé, un ulteriore formidabile baluardo difensivo, dentro una città fortificata come raramente Roma aveva dovuto affrontare.

Fu il tribuno Tiberio Alessandro a rendersi conto che, per conquistare il Tempio, esisteva un’unica via.

Al tempo dei re Asmonei era stato costruito un piccolo forte all’angolo nord – orientale del Tempio stesso, chiamato Ha – Bira. Fu su quella base che Erode il Grande aveva fatto elevare una possente Fortezza chiamata Antonia. Nel frattempo però aveva fatto costruire un insidioso passaggio coperto che dalla Fortezza stessa, conduceva alla spianata del Tempio. Tramite tale passaggio Erode poteva scagliare contro i nemici, i propri soldati ed i mercenari.

La Fortezza Atonia era costruita su un enorme e solido ammasso di roccia, liscia ed impervia, tanto che i rivoltosi erano convinti dell’irraggiungibilità e della conseguente inattaccabilità di quel presidio. Eppure i romani iniziarono a lavorare ad un terrapieno che avrebbe circondato la Fortezza Atonia, utilizzando tutte le forze disponibili. I romani usavano sempre le stesse tecniche di assedio, e quella monotona cadenza, secondo lo storico, portava con se il segno del destino.

Fu la V legione, la Macedonia, agli ordini di Cerialis, a terminare i lavori, e a dare inizio a quello che appariva come l’ennesimo attacco, l’ultimo però secondo i romani.

Sotto le frecce degli arcieri Nabatei, i romani portarono rapidamente le proprie armi d’assedio verso la rampa che dava accesso alla Fortezza Atonia.

Durante una notte, però, uno di comandanti dei rivoluzionari, Johanan, decise di tentare di fare qualcosa, nella speranza di rompere, o almeno interrompere, l’assedio romano.

Sotto le fondamenta della Fortezza correva una galleria, pressoché segreta, ed invisibile dall’esterno. Passava proprio sotto la rampa fatta costruire dai romani.

Johanan la fece riempire di legna, bitume e pece. Attesero che le macchine d’assedio e da guerra romane giungessero subito sopra la galleria.

Fu allora che venne dato fuoco al legname. Si sprigionarono delle enormi fiammate che avvolsero l’intera galleria, avvolgendo il terreno tutt’attorno, come se si fossero improvvisamente aperte le porte dell’inferno.. La rampa sprofondò in un boato, trascinandosi dietro tutte le macchine romane ed i legionari addetti a dare inizio alla “definitiva” incursione

Riferimenti bibliografici:

-          Giuseppe Flavio: “Antichità giudaiche”

-          Giuseppe Flavio: “Guerra giudaica”

-          M.G. Siliato: “Masada”


venerdì, 19 ottobre 2007

“I POPOLI DEL LIBRO”

 EBREI, MUSULMANI E CRISTIANI

 

 La Bibbia di Gutemberg: la prima ad essere stampata

Sembra incredibile ma è tutto vero.

Ci sono state epoche in cui tradurre la Bibbia in un linguaggio comprensibile al popolo era un gravissimo reato, tanto da poter costare la vita. Altrettanto pericoloso era tenere accanto a se, in casa, un Vangelo, a meno che non si trattasse di un sacerdote.

Il cristianesimo è sempre stata considerata una delle religioni “del Libro”, dato che i relativi fedeli basavano la propria fede sui precetti e sugli insegnamenti riportati sui testi “dettati” da Dio. Ovviamente, in una religione come questa, il fedele oltre ad avere il diritto di leggere le Sacre Scritture, aveva anche il “dovere” di leggere e comprendere “il Libro”.

Se nel mondo protestante la lettura della Bibbia è una tradizione, nel mondo cattolico, soltanto negli ultimi decenni del secolo scorso è sorto il problema di “un’alfabetizzazione biblica” dei fedeli.

Il primo problema che una religione basata su precetti scritti è costretta ad affrontare è quello della lingua. Il trascorrere del tempo produce modificazioni e l’evoluzione del linguaggio, tale che la Rivelazione riportata sui i Testi diviene sempre più di difficile comprensione.

Già nei secoli che precedettero la nascita di Gesù gli scritti religiosi erano per lo più in ebraico. La Bibbia stessa, non era di facile comprensione, proprio perché non tutti conoscevano la lingua dei propri padri. Bastava che passassero due o tre generazioni a fare in modo che si perdesse la capacità di padroneggiare la lingua degli avi.

Con la progressiva evangelizzazione di popoli non ebrei, i cosiddetti gentili, di origine ellenica, il problema della lingua divenne sempre più pressante. Fu nel III d.C., ad Alessandria d’Egitto, che la residente comunità ebraica tradusse le Scritture dall’ebraico al greco, producendo la versione nota con il nome di “Bibbia dei Settanta” (dai settanta saggi che si ritiene abbiano contribuito alla redazione e alla traduzione della nuova versione).

Lo stesso problema sorse quando, grazie all’imperatore Costantino, la religione cattolica si espanse in occidente e divenne culto di Stato. San Girolamo (347 – 420) tradusse la Bibbia cristiana in latino, la lingua più diffusa nei territori occidentali dell’Impero romano. Ancora oggi, tale traduzione è conosciuta con il nome di “Vulgata” (popolare, accessibile).

Più o meno negli stessi anni, il vescovo ariano Wulfila, creò un nuovo alfabeto per poter tradurre la Bibbia in goto, tale da renderla accessibile alle numerose popolazioni di stirpe germanica.

Un secolo dopo San Patrizio diffuse il Vangelo in lingua celtica per cristianizzare l’Irlanda. San Cirillo, anche se molto dopo più tardi, sistematizzò l’alfabeto glagolitico, antenato del cirillico, per diffondere la fede tra i popoli slavi.

Sembra un fatto naturale che la Chiesa favorisse le varie traduzioni della Bibbia, in modo che i fedeli delle varie parti d’Europa potessero, se non proprio leggere (l’analfabetismo era la norma!), almeno sentirla leggere in una lingua a loro comprensibile.

E invece le cose non andarono così!

A partire dal ‘200, tutti i tentativi di tradurre le Sacre Scritture, rendendole comprensibili al popolo, vennero condannati, ed i loro artefici perseguitati.

Per la chiesa una Bibbia comprensibile rappresentava una mina vagante, soprattutto se nelle mani delle correnti cosiddette eretiche: queste usavano “il Libro” per far comprendere alla gente comune come la Chiesa ufficiale si stesse sempre più allontanando dagli insegnamenti evangelici di povertà ed umiltà.

Nel 1229 il Concilio di Tolosa sancì l’assoluta proibizione ai laici di possedere e di leggere la Bibbia, in particolare se in volgare. Lo studio e la predicazione della Bibbia erano di esclusiva pertinenza del clero. Coloro che infrangevano tali regole, venivano accusati di eresia, rischiando di finire al rogo.

E di persone arse vive per aver “tradotto” e letto, non autorizzati, i Vangeli, ne è piena la storia dei crimini commessi dalla Chiesa cattolica!

 

Continua…

 

Bibliografia:

-         D. Christie – Murray: “I percorsi delle eresie”

-         Epistola Cum ex iniuncto del 12 luglio 1199 (Papa Innocenzo III)

-         G. Fragnito: “La Bibbia al rogo”

-         Donini: “Storia del cristianesimo – dalle origini a Giustiniano”


giovedì, 18 ottobre 2007

E IL PAPA DIFESE I TEMPLARI ?

700 ANNI FA : L’ALBA DI VENERDI 13 OTTOBRE DEL 1307 !

 

 

“La leggenda del complotto ordito dal re di Francia complice una Chiesa supina ed interessata contro i Templari fu ampiamente sfatata sei anni fa dalle ricerche di una storica italiana, Barbara Frale, che inequivocabilmente mostrano quanto il Pontefice abbia fatto per salvare i Cavalieri dai rapaci artigli di Filippo il Bello. Ma in un mondo dove best – sellers, ciarlatani e pseudo – storici new age la fanno da padroni, la verità storica fatica non poco a farsi sentire…”

 

di Mariano Bizzarri

Università La Sapienza – Roma

 

La Pergamena di Chinon” è un documento storico contenente gli atti del processo condotto contro l’Ordine dei Templari. Sarebbe stato ritrovato nel 2001 nell’archivio segreto del Vaticano e, a quanto sembra, verrà pubblicato il 25 ottobre p.v. Questo non ha impedito, comunque, alla storica Barbara Frale, di pubblicare, nel 2003, un testo interamente basato su tale documento, “Il papato ed il processo ai templari”, senza che ancora niente fosse stato reso pubblico, nemmeno per gli studiosi di tali materie storiche.

La spiegazione è molto semplice: Barbara Frale, oltre ad essere una storica è, soprattutto, ufficiale dell’Archivio Segreto del Vaticano.

Appare evidente come Barbara Frale abbia avuto l’esclusiva su un documento storico, patrimonio dell’umanità. La pubblicazione, se l’informazione è reale, avverrà con oltre 6 anni di ritardo, rispetto al relativo ritrovamento. Forse i controlli ecclesiastici sono così lunghi ed indaginosi? Si tratta, comunque, di una storia trita e ritrita, di cui spero di non essere il solo ad esserne stufo. La stessa reticenza c’è stata e c’è tuttora (molto è il materiale ancora non reso pubblico!) con il materiale della biblioteca di Nag Hammadi, con i Rotoli del Mar Morto (Qumran), e ci sono voluti 30 anni prima della pubblicazione del Vangelo di Giuda.

Sono veramente indignato per l’atteggiamento che la Chiesa Cattolica Romana continua a sostenere impunemente.

C’è da dire che quanto affermato da Barbara Frale e da Mariano Bizzarri, recensore della collega, non può essere considerato attendibile fino a quando anche altri eminenti studiosi non esprimano la propria opinione in merito.

Leggendo quanto Bizzarri dice in merito al testo della Frale e, soprattutto, alla “Pergamena di Chinon”, traspare palesemente la vicinanza all’ambiente Vaticano.

Sul materiale sul quale mi sono potuto documentare non c’è proprio niente da essere entusiasti per la riabilitazione di un pontefice, che in realtà non ha fatto niente di quanto “gridato” ai quattro venti, dagli ambienti vicini alla Curia romana.

Tale documento inedito riporterebbe l’innocenza di Papa Clemente V (1305 – 1314) nella distruzione dei Templari. Se bisogna trovare un vero e proprio colpevole, questo è sicuramente il re di Francia Filippo il Bello. Quest’uomo avido e senza scrupoli ha fatto l’impossibile per far scomparire dalla faccia della terra i Cavalieri Templari, cercando di impadronirsi del loro “famoso” tesoro.

Nella “Pergamena di Chinon” sembra siano riportate le indagini pontificie effettuate dai commissari inviati dallo stesso Clemente V a Poiteirs nel 1308. Il Papa, ormai ostaggio francese ad Avignone, sotto la minaccia di uno scisma contro la Chiesa di Roma, se il Tempio non fosse stato distrutto, doveva prendere una decisione.

Nel 1312 nel Concilio di Vienne il Papa emise la bolla “Vox in eccelso”, nella quale dichiarava l’Ordine esente dall’accusa di eresia, ma essendosi macchiato di infamia, tollerando un rituale di iniziazione non ortodosso, ne sanciva lo scioglimento, eliminando a tutti gli effetti i vantaggi della prelatura personale papale.

Sebbene Clemente V si fosse reso conto che i Templari non fossero assolutamente degli eretici, e che le numerose accuse, portate avanti dal re di Francia, fossero totalmente fasulle ed estorte con la tortura, non fece niente per impedire il massacro di un Ordine cavalleresco che aveva sempre servito con onore e dignità il papato, anche in momenti non particolarmente esaltanti per la Chiesa.

Clemente V, schiavo del suo stesso potere e di colui dal quale aveva ricevuto tale carica, si limitò ad assolvere i “peccati” dei Templari, riconducendoli alla comunione cristiana: vennero perdonati.

Nessuno però mosse un dito per salvare l’Ordine, primo tra tutti il Papa: Jacques de Molay, ultimo Gran Maestro del Tempio, insieme al suo fidato compagno Geoffroy de Charny, Precettore di Normandia, vennero arsi vivi nel 1314.

 

Tutto questo non sembra proprio riabilitare la figura di Papa Clemente V!

 

Riferimenti bibliografici:

-         A. Demurger: “I Cavalieri di Cristo”

-         K. Laider: “ Il segreto dell’Ordine del Tempio”

-         W. Mann: “Il segreto dei Cavalieri Templari”

-         P.P. Read: “La vera storia dei Templari

-         B. Frale: “I Templari”

-         P. Partner: “I Templari”

-         M. Bauer: “Il mistero dei Templari”


mercoledì, 17 ottobre 2007

L’ITALIA NEL MEDIOEVO DELLE ERESIE

ARNALDO DA BRESCIA

 

EDITORIALE

 

 

 Arnaldo da Brescia - busto commemorativo al Pincio - Roma

Arnaldo da Brescia, personaggio non particolarmente noto, ma sacerdote dalla vita esemplare, affermava che nessun membro del clero dovesse possedere delle proprietà, tanto meno interessarsi ed esercitare il potere temporale. Era contrario al battesimo degli infanti, come molte delle correnti religiose definite “dall’ortodossia cattolica” come eretiche (senza scordarsi dell’età in cui Gesù venne battezzato da Giovanni, nda!). Dichiarava inoltre che i sacramenti amministrati da religiosi indegni venissero invalidati.

Le sue idee, come è facile immaginare, trovarono un forte riscontro negativo nella Chiesa Cattolica Romana, subendo più volte l’esilio, e costretto a condurre una vita raminga in giro per l’Europa del tempo.

Nel 1145 Arnaldo giunse a Roma, e grazie al suo grande carisma e alla sua eloquenza, riuscì a divenire una delle principali guide politiche e, soprattutto, spirituali, del comune romano, nato pochi anni prima in evidente funzione antipapale.

Un cronista dell’epoca ci riporta quanto segue: Arnaldo criticava ormai apertamente i Cardinali, dicendo che il loro consesso…non era la chiesa di Dio, ma un mercato e una spelonca di ladri…Nemmeno il Papa era ciò che si professava, uomo apostolico e pastore di anime, ma uomo sanguinario, che fondava la sua autorità su incendi e omicidi, torturatore delle chiese, persecutore dell’innocenza, il quale non faceva altro al mondo che vessare la gente, riempiendo le proprie casse e svuotando quelle degli altri”.

Nonostante tutto la popolarità di Arnaldo crebbe, permettendogli di agire indisturbato a Roma per anni. Nel 1155 Papa Adriano IV riuscì a farlo esiliare con la minaccia di lanciare un interdetto contro la città (una specie di embargo religioso che sospendeva le attività ecclesiastiche su un territorio)

Mentre Arnaldo fuggiva da Roma, venne catturato dalle truppe di Federico Barbarossa, che lo consegnò direttamente nelle mani del Papa.

Venne impiccato. Poi, per paura che attorno ai suoi resti potesse nascere un culto popolare, il suo corpo venne bruciato e le ceneri disperse nel Tevere.

I suoi seguaci, noti come Araldisti continuarono a fare proseliti ancora per svariati anni.

Solo in seguito confluirono nei Valdesi.

 

Bibliografia:

-         I. Mereu: “Storia dell’intolleranza in Europa”

-          P. Rodriguez: “ Verità e menzogne della Chiesa Cattolica”

-          G. G. Merlo: “Eretici ed eresie medievali”

-          D. Christie – Murray: “ I percorsi delle eresie…”


postato da: silas2 alle ore 17/10/2007 09:16 | link | commenti
categorie: eresia, arnaldo da brescia, papa adriano iv
lunedì, 15 ottobre 2007

LA DISTRUZIONE DELLA CITTA’ SANTA

TITO INSANGUINA LA GIUDEA

 

PARTE IV

 

Vecchio prospetto di Gerusalemme 

Dopo una tale debacle, l’esercito romano dovette rivedere le proprie strategie di attacco a quella formidabile città, che sembrava sempre più imprendibile.

Iniziarono con il demolire completamente quel che rimaneva del terzo muro di cinta, spinando il terreno fino in prossimità delle mura gerosolimitane. L’intento era quello di potersi avvicinare il più possibile agli assediati con le proprie micidiali macchine da guerra e d’assedio.

Dai bastioni del secondo muro di difesa erodiano, i rivoluzionari giudei, osservavano la situazione, sentendosi ancora molto forti e capaci di tener testa ai “kittim”, nonostante l’enorme spiegamento di forze in campo.

Ma i tribuni, gli ingegneri ed i genieri non stavano certo a perder tempo: non avevano nessuna intenzione di impiegare altri 14 giorni per far breccia nel secondo muro di cinta. Sebbene il tempo fosse dalla parte dei romani, maggiore era la durata dell’assedio, più quella che era stata considerata una facile vittoria tendeva a trasformarsi in un grosso problema politico per l’Impero e per l’Imperatore Diocleziano. Anche perché, oltre a dover dare spiegazioni agli avversari del senato, sul ritardo e sulle perdite umane, avrebbe dovuto giustificare anche il figlio,Tito Flavio, comandante in capo delle truppe romane in Giudea.

Era consapevolezza di molti, in particolare dei tribuni romani, a capo delle legioni, che il secondo muro di cinta non sarebbe stato l’ultimo baluardo difensivo di Gerusalemme. Sapevano anche che, il secondo muro era molto ben più solido di quello già abbattuto.

Gli ingegneri romani, studiando la costituzione della struttura difensiva che si trovavano innanzi, grazie anche alle informazioni dei due traditori, Giuseppe Flavio e Tiberio Alessandro, riuscirono, non senza difficoltà, a capire quale fosse il punto, presumibilmente, più debole dell’intera fortificazione: là dove la famosa Torre di Mezzo s’innestava nella muraglia, quella eretta da Erode il Grande.

Fu proprio lì che arcieri, catapulte e baliste riversarono un tiro continuo di dardi, impedendo ai rivoltosi qualsiasi tipo di difesa. I genieri, nel frattempo, preparato il campo, era riusciti ad avvicinare alle mura, quella terrificante macchina da guerra che era l’elepoli, e che aveva già abbattuto il più esterno dei tre muri.

Era cominciato un nuovo costante e terribile martellamento!

I rivoluzionari giudei tentarono qualche improvvisa sortita, ma l’effetto era solo quello di un semplice disturbo ad un’azione ben precisa e programmata.

Dopo quattro giorni, lo spigolo della Torre di Mezzo iniziò ad incrinarsi.

Uno dei comandanti dei rivoltosi, Eleazar ben Jair, pronunciò delle parole che ancora riecheggiano nella storia del popolo ebraico: “Gerusalemme non è stata conquistata da Roma: l’ha distrutta il tradimento!”.

Giuseppe Flavio e Tiberio Alessandro ebbero un ruolo importante nella distruzione della Città Santa!

La breccia nella Torre erodiana iniziò ad allargarsi a forbice su per le mura. Il quinto giorno dopo la conquista e la distruzione del terzo muro, i legionari, provocando un’imponente spaccatura nel secondo muro di cinta, dilagarono nel quartiere che Erode aveva chiamato Città Nuova.

I legionari correvano con urla di trionfo verso il nemico, fino a quando, in fondo ad una breve discesa, si trovarono davanti la stupefacente ed agghiacciante visione di un ulteriore ed imponente muro di cinta, con torri e porte sbarrate: si trattava dell’antico e possente Primo Muro.

Riferimenti bibliografici:

-          Giuseppe Flavio: “Antichità giudaiche”

-          Giuseppe Flavio: “Guerra giudaica”

-          M.G. Siliato: “Masada”


domenica, 14 ottobre 2007

LA CHIESA SI E’ FATTA CIARLIERA!

 AD OGNUNO LA SUA CRITICA.

 

 Il successore di Ruini alla CEI

Dopo tante parole spese in questioni morali, di cui la Chiesa si sente fervida portavoce, risulta ovvia e naturale conseguenza che qualsiasi alta carica ecclesiastica, appartenente o meno alla Curia romana, si senta in dovere di dire la sua.

Di solito abbiamo a che fare con le amenità di un Papa che non perde occasione per dare la colpa di tutti i mali possibili di questa nostra società, alla “dilagante laicità”.

Purtroppo adesso dobbiamo sorbirci anche le riflessioni pseudo – religiose del Presidente  della Congregazione Episcopale Italiana (la famosa CEI del ben noto cardinal Ruini), Monsignor Bagnasco.

L’arcivescovo di Genova, più volte minacciato di morte, e che gira con la scorta armata e l’auto blindata (un po’ come faceva Gesù in Palestina ai suoi tempi, quando minacciato da farisei, sadducei ed erodiani!!!), ha identificato, come causa fondamentale dei gravi fatti di cronaca nera accaduti nel nostro paese negli ultimi mesi, al “Divismo e al Divertimento sfrenato”.

Immagino che il Monsignore abbia le idee un tantino confuse, veda troppa televisione (a proposito, lo paga il canone RAI?), oppure è veramente uscito fuori di testa. Le pressante questioni spirituali sembrano non sfiorarlo minimamente!

Sta di fatto che, qualsiasi mente sana, che sappia guardarsi attorno, senza limitarsi a guardare solo in superficie, possa avere qualche dubbio su quanto detto con tanta enfasi da Bagnasco, dal suo pulpito della CEI (d’altra parte è stato trovato un buon successore a Camillo Ruini!).

E’ da capire come il “divismo” del monsignore di Genova possa essere la causa di efferati omicidi, di cruenti assassinii, di stragi familiari e di quant’altro il tubo catodico ci vomita addosso.

Forse non è un atteggiamento particolarmente apprezzabile, intelligente e condivisibile, quello di volersi mostrare e di voler apparire ad ogni costo, ma da qui a dire che lo sfrenato desiderio di farsi notare, esserci sempre e comunque, sia la causa dei molti mali che ogni giorno ci circondano, è ben altro discorso.

Credo piuttosto che il “divismo” di Bagnasco, se proprio vogliamo trovargli un responsabile, anche parziale, sia la conseguenza della perdita di certi valori umani, che, un tempo fin troppo lontano, erano i vessilli con cui la Chiesa combatteva il malessere di una società che è andata sempre più disgregandosi, e con essa l’essenza della funzione spirituale della Chiesa stessa.

E quest’ultima è ormai latitante, e la salute spirituale dei suoi fedeli non sembra essere più di sua pertinenza. Punta il dito accusatore, ma non porge più la mano caritatevole. La gerarchia ecclesiastica ha fin troppi interessi temporali per potersi donare ai propri fedeli, in continua fuga da una religione che non sentono più appropriata alle proprie semplici ed umili richieste.

E questo è evidente, purtroppo, anche se con le dovute eccezioni, dal più “piccolo” prete di borgata o di paese fino a “sua eminenza il Papa”, compreso, passando per gli innumerevoli vescovi e cardinali, molti dei quali brulicano nelle oscure stanze di comando della Curia romana. L’opulenza offusca la ragione, ma, in particolare, allontana lo spirito.

Che dire poi del “Divertimento sfrenato”! Per Bagnasco un grande male da eradicare. Per i giovani un dovere irrinunciabile. E chi ha ragione? Ognuno è libero di pensarla come vuole. Io sto dalla parte dei giovani, fino al punto in cui viene rispettata la libertà e la l’integrità fisica e morale altrui.

Non credo che Bagnasco facesse riferimento alle stragi del sabato sera, all’uso di droghe e di alcool, perché non hanno niente a vedere con il “divertimento sfrenato”. I giovani che, il sabato sera vanno in discoteca, facendo l’alba, e la domenica mattina non vanno in Chiesa perché riposano sotto le coltri dei propri giacigli, e si alzano all’ora di pranzo…ma chi non lo ha fatto! Beata gioventù!

Non credo che non andando alla messa domenicale i ragazzi si perdano qualcosa di indispensabile, quando la Chiesa non si preoccupa minimamente dei ragazzi, ma solo che le “dimore di Cristo” siano sempre affollate. Il male non è nei giovani, ma nella Chiesa che non riesce più a richiamare a se i ragazzi, coloro che rappresenteranno la società del futuro.

E la gerarchia ecclesiastica sa benissimo quale sia il nocciolo della questione, sa che di questo passo le Chiese saranno sempre più vuote, ed il proprio ruolo verrà sempre più relegato in un angolo della vita di ogni uomo. Ma la questione sembra interessare il più piccolo e potente (e ricco) Stato del mondo in maniera molto superficiale. Il dogmatismo di questa Chiesa pretende che i fedeli seguano i propri precetti a prescindere da ogni discussione. Per fortuna la consapevolezza della gente, e la loro voglia di conoscere e sapere, è sempre maggiore.

Dopo il pontificato di Giovanni XXIII un personaggio non particolarmente noto, padre Malachi Martin, lasciò la Chiesa di Paolo VI, scrivendo un testo emblematico e, chissà se profetico, dal titolo “The Rise of the Roman Church”.

Non sono ancora riuscito a trovare tale testo, nonostante gli sforzi effettuati.

 

Bibliografia:

-         si tratta di opinioni personali dell’autore, su argomenti trattati dal Presidente della CEI, monsignor Bagnasco.


postato da: silas2 alle ore 14/10/2007 20:42 | link | commenti (4)
categorie: cei , monsignor bagnasco


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