LA VERITA' TRA I RAMI DI ULIVO

Le origini del cristianesimo, sacre scritture, storia della Chiesa cattolica, l'Inquisizione, i Templari, le Crociate, il Vaticano e la Curia romana, crimini religiosi, verità scomode e nascoste, storia del papato, i Vangeli, Qumran e Nag Hammadi.

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07.05.2007 Un ragazzo divenuto uomo inseguendo con passione le sottili tracce della Verità, quella scomoda, imbarazzante, fastidiosa e taciuta....quella che non andrebbe mai raccontata!

In una società così appestata e maleodorante, ci sarà pure qualcosa in cui credere...!

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domenica, 21 ottobre 2007

LA DISTRUZIONE DELLA CITTA’ SANTA

 

 TITO INSANGUINA LA GIUDEA

 

 

PARTE VI

 

 Tito Flavio, imperatore di Roma 79 -81 d.C.

Tito Flavio, figlio dell’imperatore Vespasiano, era furioso. Non era pensabile che l’esercito più grande e potente sulla faccia della terra potesse essere messo in scacco da un gruppo di rivoltosi, asserragliati dentro le mura della Città Santa, uno degli ultimi baluardi della rivoluzione giudaica.

Nel campo romano regnava la confusione: alcuni tribuni, per la rabbia e l’impazienza, avrebbero voluto portare un attacco diretto, mentre i più savi, non avevano alcuna intenzione di mandare al macello i propri uomini.

Fu il traditore Tiberio Alessandro che propose una soluzione alternativa: quella di bloccare completamente la città, tanto da impedire a uomini e a donne di fare il ben che minimo tentativo di lasciare Gerusalemme di nascosto. Ridurre la città alla fame, divenne un imperativo assoluto.

Tito Flavio però comprese che non poteva disperdere le sue truppe attorno all’immensa città. Decise di costruire un vallo, un muro invalicabile, circondando interamente la Città Santa, in modo da poter essere pattugliato giorno e notte. I rivoltosi stavano andando incontro alla fine del topo, chiusi dentro quelle mura con il cibo e l’acqua che iniziavano a scarseggiare.

Il vallo, lungo oltre 7 km, venne costruito con un velocità straordinaria, in circa tre giorni!

Tito Flavio, sebbene venisse ritenuto un uomo mite, disponibile alle trattative, e, nonostante tutto, tollerante, le difficoltà dell’assedio, le perdite umane e la durata stessa dell’assedio, lo avevano trasformato in quello che il padre, l’imperatore Vespasiano, aveva sempre desiderato: un uomo crudele e senza scrupoli, pronto a tutto per l’onore e la gloria di Roma. Da allora, Tito, incominciò a crocifiggere tutti coloro che cadevano vivi nelle mani dei romani. Ogni giorno le crocifissioni aumentavano, tanto che si giunse al punto che lo spazio  iniziò a scarseggiare.

Ad alcuni, presi nel tentativo di abbandonare la città sotto assedio, venivano tagliate le mani, ed i moncherini venivano infilati nella pece bollente. Rispediti poi indietro, nel tentativo di convincere i rivoltosi alla resa, nella maggior parte dei casi morivano in breve tempo, tra indicibili sofferenze.

Giuseppe Flavio ha scritto che, il figlio dell’imperatore, provava compassione per le sue vittime! Comunque, scriveva lo storico ebreo: “…le crocifissioni raggiunsero la cifra di oltre 500 al giorno, talvolta anche più…I legionari si divertivano a crocifiggere i rivoltosi catturati in tutte le pose possibili”

Ma la più lunga e spaventevole delle torture era la fame. All’inizio dell’assedio, nella Città Santa, gente proveniente dalle campagne circostanti, uomini, vecchi, donne e bambini di qualsiasi età, e  dalle città conquistate e rase al suolo dalle truppe romane, raggiungevano la ragguardevole cifra di oltre un milione di persone, ristretti ormai all’interno dell’antichissima cinta del Primo Muro difensivo. Le scorte di cibo erano ormai agli sgoccioli, ed alcune squadre armate andavano di casa in casa, nel tentativo di recuperare un po’ di cibo.

In tali condizioni, le persone più esauste e malnutrite venivano lasciate morire. Gli altri cercavano di sopravvivere come potevano: nascondendosi mentre mangiavano qualcosa, mangiando cibo pressoché crudo. Chi aveva più forze, otteneva più cibo, strappandolo ai più deboli. Si frantumavano gli affetti, spariva la pietà: si toglievano vicendevolmente di mano il cibo mogli, mariti, i forti contro i deboli, i bambini, gli anziani.

La città era divenuta un immenso campo di concentramento, senza alcuna speranza di uscirne vivi, se non attraverso la crocifissione.

Ben presto, nella Valle del torrente Kidron, ad est della città, dall’alto delle mura i rivoltosi gettavano giù dei fagotti che non erano altro che cadaveri: gente morta letteralmente di fame.

Giuseppe Flavio riferisce che lo stesso Tito Flavio, ispezionando il vallo, aveva visto la scarpata riempirsi rapidamente di cadaveri. Per i romani si trattava di una sensazione di ribrezzo e di sbalordimento: i liquami che colavano dalle mura della città, si mescolavano con i corpi in decomposizione. E i giorni passavano. Una confusa paura si stava pian piano facendo strada tra le legioni romane: incerti e stanchi non riuscivano a comprendere quali forze e speranze tenessero in piedi i rivoltosi. Tutto questo rappresentava la terrificante prova di un’indistruttibile forza di volontà!

Riferimenti bibliografici:

-          Giuseppe Flavio: “Antichità giudaiche”

-          Giuseppe Flavio: “Guerra giudaica”

-          M.G. Siliato: “Masada”


sabato, 20 ottobre 2007

LA DISTRUZIONE DELLA CITTA’ SANTA

 TITO INSANGUINA LA GIUDEA

 

PARTE V

 

 

 IL TEMPIO !

…A quel punto, i soldati romani, impietriti davanti a quello spettacolo del tutto inatteso, pensarono di trovarsi di fronte ad una vera e propria stregoneria. Roma e le sue famose, quanto famigerate legioni, nelle numerose campagne di conquista, fino a quel momento compiute, non aveva mai dovuto affrontare un simile sistema difensivo.

Le retroguardie giudee erano riuscite ad erigere delle barricate tra le abitazioni che rimanevano tra il Secondo ed il Primo Muro di cinta, riuscendo a salvare gran parte degli abitanti della “Città Nuova”, combattendo corpo a corpo contro l’invasore straniero.

Ovviamente le enormi porte del Primo Muro non potevano riaprirsi: la retroguardia, sotto lo sguardo sconfortato ma fiero ed orgoglioso dei compagni che colpivano il nemico da sopra le mura, era destinata a perire sotto i colpi dell’esercito romano. Nessuno di quegli uomini, sprezzanti della morte, avrebbe mai accettato di cadere vivo nelle mani del nemico.

Giuseppe Flavio racconta che i combattimenti sotto le mura di Gerusalemme si protrassero ininterrottamente per tre giorni e per tre notti. Ogni soldato giudeo che cadeva, lasciava accanto a se almeno 4 o 5 corpi di legionari.

I superstiti furono pochissimi, nell’ordine di qualche unità; quelli che in un momento di stanca, di una battaglia apparentemente interminabile, riuscirono ad infilarsi in un pertugio largo quanto “la lama di un coltello”.

Sempre lo storico dei romani, il traditore Giuseppe Flavio (Josef ben Mattatia), racconta che lo stesso Tito Flavio, dopo tale incursione, contò i propri morti: erano troppi anche per il figlio dell’Imperatore. Tra Tito e Vespasiano c’era un’enorme differenza: il figlio non avrebbe mai posseduto le qualità del padre. Non era un “vero e proprio Dux”. E dopo i primi assalti alla Città Santa, iniziava a mostrare segni di sfiducia e di paura, come scrisse lo storico che non lo perdeva di vista nemmeno un attimo.

Dopo il crollo del Secondo Muro, i legionari avevano dovuto combattere in mondo ravvicinato, nelle strade, casa per casa, corpo a corpo contro i rivoluzionari, notevolmente inferiori di numero, ma con un ardore tale da riuscire, in alcuni frangenti, a tener testa all’imponente esercito di Roma. I legionari in uno spazio così ristretto si erano trovati impossibilitati a scatenare la propria travolgente massa di uomini e ferro.

Tiberio Alessandro, l’altro dei due importanti traditori della causa giudaica, fece presente a Tito Flavio e ai vari comandanti delle truppe romane che, per far cadere Gerusalemme, occorreva conquistare il Tempio e distruggerlo. Sarebbe stato come schiacciare la testa del serpente.

Ma il Tempio, contemplato con odio dai romani, era di per sé, un ulteriore formidabile baluardo difensivo, dentro una città fortificata come raramente Roma aveva dovuto affrontare.

Fu il tribuno Tiberio Alessandro a rendersi conto che, per conquistare il Tempio, esisteva un’unica via.

Al tempo dei re Asmonei era stato costruito un piccolo forte all’angolo nord – orientale del Tempio stesso, chiamato Ha – Bira. Fu su quella base che Erode il Grande aveva fatto elevare una possente Fortezza chiamata Antonia. Nel frattempo però aveva fatto costruire un insidioso passaggio coperto che dalla Fortezza stessa, conduceva alla spianata del Tempio. Tramite tale passaggio Erode poteva scagliare contro i nemici, i propri soldati ed i mercenari.

La Fortezza Atonia era costruita su un enorme e solido ammasso di roccia, liscia ed impervia, tanto che i rivoltosi erano convinti dell’irraggiungibilità e della conseguente inattaccabilità di quel presidio. Eppure i romani iniziarono a lavorare ad un terrapieno che avrebbe circondato la Fortezza Atonia, utilizzando tutte le forze disponibili. I romani usavano sempre le stesse tecniche di assedio, e quella monotona cadenza, secondo lo storico, portava con se il segno del destino.

Fu la V legione, la Macedonia, agli ordini di Cerialis, a terminare i lavori, e a dare inizio a quello che appariva come l’ennesimo attacco, l’ultimo però secondo i romani.

Sotto le frecce degli arcieri Nabatei, i romani portarono rapidamente le proprie armi d’assedio verso la rampa che dava accesso alla Fortezza Atonia.

Durante una notte, però, uno di comandanti dei rivoluzionari, Johanan, decise di tentare di fare qualcosa, nella speranza di rompere, o almeno interrompere, l’assedio romano.

Sotto le fondamenta della Fortezza correva una galleria, pressoché segreta, ed invisibile dall’esterno. Passava proprio sotto la rampa fatta costruire dai romani.

Johanan la fece riempire di legna, bitume e pece. Attesero che le macchine d’assedio e da guerra romane giungessero subito sopra la galleria.

Fu allora che venne dato fuoco al legname. Si sprigionarono delle enormi fiammate che avvolsero l’intera galleria, avvolgendo il terreno tutt’attorno, come se si fossero improvvisamente aperte le porte dell’inferno.. La rampa sprofondò in un boato, trascinandosi dietro tutte le macchine romane ed i legionari addetti a dare inizio alla “definitiva” incursione

Riferimenti bibliografici:

-          Giuseppe Flavio: “Antichità giudaiche”

-          Giuseppe Flavio: “Guerra giudaica”

-          M.G. Siliato: “Masada”


lunedì, 15 ottobre 2007

LA DISTRUZIONE DELLA CITTA’ SANTA

TITO INSANGUINA LA GIUDEA

 

PARTE IV

 

Vecchio prospetto di Gerusalemme 

Dopo una tale debacle, l’esercito romano dovette rivedere le proprie strategie di attacco a quella formidabile città, che sembrava sempre più imprendibile.

Iniziarono con il demolire completamente quel che rimaneva del terzo muro di cinta, spinando il terreno fino in prossimità delle mura gerosolimitane. L’intento era quello di potersi avvicinare il più possibile agli assediati con le proprie micidiali macchine da guerra e d’assedio.

Dai bastioni del secondo muro di difesa erodiano, i rivoluzionari giudei, osservavano la situazione, sentendosi ancora molto forti e capaci di tener testa ai “kittim”, nonostante l’enorme spiegamento di forze in campo.

Ma i tribuni, gli ingegneri ed i genieri non stavano certo a perder tempo: non avevano nessuna intenzione di impiegare altri 14 giorni per far breccia nel secondo muro di cinta. Sebbene il tempo fosse dalla parte dei romani, maggiore era la durata dell’assedio, più quella che era stata considerata una facile vittoria tendeva a trasformarsi in un grosso problema politico per l’Impero e per l’Imperatore Diocleziano. Anche perché, oltre a dover dare spiegazioni agli avversari del senato, sul ritardo e sulle perdite umane, avrebbe dovuto giustificare anche il figlio,Tito Flavio, comandante in capo delle truppe romane in Giudea.

Era consapevolezza di molti, in particolare dei tribuni romani, a capo delle legioni, che il secondo muro di cinta non sarebbe stato l’ultimo baluardo difensivo di Gerusalemme. Sapevano anche che, il secondo muro era molto ben più solido di quello già abbattuto.

Gli ingegneri romani, studiando la costituzione della struttura difensiva che si trovavano innanzi, grazie anche alle informazioni dei due traditori, Giuseppe Flavio e Tiberio Alessandro, riuscirono, non senza difficoltà, a capire quale fosse il punto, presumibilmente, più debole dell’intera fortificazione: là dove la famosa Torre di Mezzo s’innestava nella muraglia, quella eretta da Erode il Grande.

Fu proprio lì che arcieri, catapulte e baliste riversarono un tiro continuo di dardi, impedendo ai rivoltosi qualsiasi tipo di difesa. I genieri, nel frattempo, preparato il campo, era riusciti ad avvicinare alle mura, quella terrificante macchina da guerra che era l’elepoli, e che aveva già abbattuto il più esterno dei tre muri.

Era cominciato un nuovo costante e terribile martellamento!

I rivoluzionari giudei tentarono qualche improvvisa sortita, ma l’effetto era solo quello di un semplice disturbo ad un’azione ben precisa e programmata.

Dopo quattro giorni, lo spigolo della Torre di Mezzo iniziò ad incrinarsi.

Uno dei comandanti dei rivoltosi, Eleazar ben Jair, pronunciò delle parole che ancora riecheggiano nella storia del popolo ebraico: “Gerusalemme non è stata conquistata da Roma: l’ha distrutta il tradimento!”.

Giuseppe Flavio e Tiberio Alessandro ebbero un ruolo importante nella distruzione della Città Santa!

La breccia nella Torre erodiana iniziò ad allargarsi a forbice su per le mura. Il quinto giorno dopo la conquista e la distruzione del terzo muro, i legionari, provocando un’imponente spaccatura nel secondo muro di cinta, dilagarono nel quartiere che Erode aveva chiamato Città Nuova.

I legionari correvano con urla di trionfo verso il nemico, fino a quando, in fondo ad una breve discesa, si trovarono davanti la stupefacente ed agghiacciante visione di un ulteriore ed imponente muro di cinta, con torri e porte sbarrate: si trattava dell’antico e possente Primo Muro.

Riferimenti bibliografici:

-          Giuseppe Flavio: “Antichità giudaiche”

-          Giuseppe Flavio: “Guerra giudaica”

-          M.G. Siliato: “Masada”




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