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PAPA URBANO II: L’IDEATORE DEL GENOCIDIO IN TERRA SANTA
Nel lontano 1095, al termine del Concilio ecclesiastico tenutosi a Clermont, Papa Urbano II fece un discorso alla folla, che per l’occasione si era raccolta nella cittadina. Si trattò di un richiamo alla fede cristiana e cattolica, alla necessità di dover abbracciare
Un appello accorato ad un “pellegrinaggio armato”, rivolto essenzialmente a quegli uomini d’arme che imperversavano per la nascente Europa, al soldo ora di un signorotto, ora di un altro nobile, e provocando delle lotte intestine, capaci di portare alla completa distruzione di interi villaggi.
Urbano II promise la remissione completa dei peccati, ed altri favori, a tutti coloro che avessero abbracciato la causa cristiana, e si fossero recati in Terra Santa a sostegno dei confratelli che soffrivano per mano dei Turchi selgiuchidi, gli stessi che minacciavano prepotentemente le frontiere dell’Impero di Bisanzio.
Si sparse la voce dei massacri perpetrati in nome della fede da parte dei “cani infedeli”, dove né uomini, tanto meno donne di fede cristiana venivano risparmiati a causa del proprio amore per Cristo.
La risonanza data a tale pontificio appello fu a dir poco enorme. Molti furono i nobili ed i cavalieri secolari che abbracciarono
La storia ufficiale riporta date e fatti importanti, ma come accade sempre quando di mezzo c’è il potere ecclesiastico, non tutta la verità viene fuori.
Urbano II, pontefice di origini francesi, fu abile a cogliere un’occasione imperdibile per ottener vantaggio da una situazione piuttosto complessa, nel mezzo della quale la stessa Chiesa navigava a stento ormai da quasi un secolo.
Roma doveva affrontare lo Scisma dalla Chiesa di Bisanzio, una frattura all’interno del potere ecclesiastico che Urbano II cercò di risanare andando in soccorso dei Comneno contro i turchi selgiuchidi, che premevano alle frontiere dell’Impero bizantino, ponendosi come capo spirituale della missione nascente, che se di religioso aveva ben poco.
E’ facile immaginare come coloro che risposero “all’appello” del pontefice fossero della stessa nazionalità dello stesso Urbano II: la nascente Francia forniva la maggior parte delle armate, il maggior numero di nobili (Borgogna, Champagne, Provenza ed altre zone ancora), e colui che, pur rifiutando, venne nominato primo re di Gerusalemme nell’estate del 1099, Goffredo di Buglione.
Il pontefice, coinvolgendo la cavalleria secolare nella spedizione in Terra Santa, riuscì ad allontanare dalle terre continentali il principale strumento nobiliare di conquista, vendetta e distruzione. I villaggi che, nelle faide tra signorotti, venivano devastati o, addirittura, rasi al suolo, non producevano più alcuna entrata per
C’è anche da ricordare che la sola idea, per guerrieri abili, come molti mercenari europei, di combattere, non tanto per la cristianità, ma per un bottino personale, richiamò l’attenzione anche dei cavalieri più recalcitranti alla missione in Terra Santa: il saccheggiò e la possibilità di impossessarsi di nuove terre non era certo cosa da poco, per uomini pronti a schierarsi dalla parte del migliore offerente.
Valida dimostrazione fu la tragica Crociata intrapresa da Pietro l’Eremita che, ancor prima di giungere in Medio Oriente, si dedicò senza misura al saccheggiò e alla distruzione di interi villaggi, anche di fede cattolica. Al primo contatto con i turchi selgiuchidi vennero annientati.
Urbano II con “l’invenzione” della I Crociata riuscì a distogliere l’attenzione da tutte quelle nefandezze che ormai parevano abbarbicate alle mura vaticane: la vendita delle indulgenze, la simonia, era ormai diffusa in tutta Europa, ed i sovrani ed i nobili iniziavano a borbottare in maniera sempre più rumorosa; c’era poi il cattivo esempio che gli alti prelati di Roma davano al mondo cristiano, vivendo nella più sfarzosa opulenza, nella lascivia, nel vizio e nell’oscenità.
La conquista di Gerusalemme avrebbe rappresentato un grande deterrente nei confronti di tutto ciò che
Si sarebbe trattato di impossessarsi, a discapito degli infedeli, della città del Cristo Gesù, la città del Santo Sepolcro.
Peccato che Urbano II, nel suo discorso di Clermont, fece cenno chiaramente alle oppressioni che i cristiani della Terra Santa dovevano soffrire ad opera dell’oppressore musulmano. La verità era che, tranne un breve periodo di dominio fatimida su Gerusalemme, i cristiani erano liberi di poter seguire il proprio pellegrinaggio in Terra Santa, dove musulmani, ebrei e cristiani potevano pregare nella stessa città senza alcun impedimento.
La conquista di Gerusalemme del 1099 provocò il massacro completo degli abitanti della Città Santa, dove non ci fu distinzione di fede, razza, sesso ed età. Migliaia di persone persero la vita.
Ma il paradosso di tutta questa poco edificante situazione fu che Urbano II non ricevette mai la notizia della conquista di Gerusalemme: morì alcuni mesi dopo tale storico e macabro evento.
Bibliografia:
- J. Riley – Smith: “The First Crusaders”
- A. Demurger: “I Cavalieri di Cristo"
- K. Laider: “ Il segreto dell’Ordine del Tempio
- W. Mann: “Il segreto dei Cavalieri Templari”
PARTE VI

Tito Flavio, figlio dell’imperatore Vespasiano, era furioso. Non era pensabile che l’esercito più grande e potente sulla faccia della terra potesse essere messo in scacco da un gruppo di rivoltosi, asserragliati dentro le mura della Città Santa, uno degli ultimi baluardi della rivoluzione giudaica.
Nel campo romano regnava la confusione: alcuni tribuni, per la rabbia e l’impazienza, avrebbero voluto portare un attacco diretto, mentre i più savi, non avevano alcuna intenzione di mandare al macello i propri uomini.
Fu il traditore Tiberio Alessandro che propose una soluzione alternativa: quella di bloccare completamente la città, tanto da impedire a uomini e a donne di fare il ben che minimo tentativo di lasciare Gerusalemme di nascosto. Ridurre la città alla fame, divenne un imperativo assoluto.
Tito Flavio però comprese che non poteva disperdere le sue truppe attorno all’immensa città. Decise di costruire un vallo, un muro invalicabile, circondando interamente
Il vallo, lungo oltre
Tito Flavio, sebbene venisse ritenuto un uomo mite, disponibile alle trattative, e, nonostante tutto, tollerante, le difficoltà dell’assedio, le perdite umane e la durata stessa dell’assedio, lo avevano trasformato in quello che il padre, l’imperatore Vespasiano, aveva sempre desiderato: un uomo crudele e senza scrupoli, pronto a tutto per l’onore e la gloria di Roma. Da allora, Tito, incominciò a crocifiggere tutti coloro che cadevano vivi nelle mani dei romani. Ogni giorno le crocifissioni aumentavano, tanto che si giunse al punto che lo spazio iniziò a scarseggiare.
Ad alcuni, presi nel tentativo di abbandonare la città sotto assedio, venivano tagliate le mani, ed i moncherini venivano infilati nella pece bollente. Rispediti poi indietro, nel tentativo di convincere i rivoltosi alla resa, nella maggior parte dei casi morivano in breve tempo, tra indicibili sofferenze.
Giuseppe Flavio ha scritto che, il figlio dell’imperatore, provava compassione per le sue vittime! Comunque, scriveva lo storico ebreo: “…le crocifissioni raggiunsero la cifra di oltre 500 al giorno, talvolta anche più…I legionari si divertivano a crocifiggere i rivoltosi catturati in tutte le pose possibili”
Ma la più lunga e spaventevole delle torture era la fame. All’inizio dell’assedio, nella Città Santa, gente proveniente dalle campagne circostanti, uomini, vecchi, donne e bambini di qualsiasi età, e dalle città conquistate e rase al suolo dalle truppe romane, raggiungevano la ragguardevole cifra di oltre un milione di persone, ristretti ormai all’interno dell’antichissima cinta del Primo Muro difensivo. Le scorte di cibo erano ormai agli sgoccioli, ed alcune squadre armate andavano di casa in casa, nel tentativo di recuperare un po’ di cibo.
In tali condizioni, le persone più esauste e malnutrite venivano lasciate morire. Gli altri cercavano di sopravvivere come potevano: nascondendosi mentre mangiavano qualcosa, mangiando cibo pressoché crudo. Chi aveva più forze, otteneva più cibo, strappandolo ai più deboli. Si frantumavano gli affetti, spariva la pietà: si toglievano vicendevolmente di mano il cibo mogli, mariti, i forti contro i deboli, i bambini, gli anziani.
La città era divenuta un immenso campo di concentramento, senza alcuna speranza di uscirne vivi, se non attraverso la crocifissione.
Ben presto, nella Valle del torrente Kidron, ad est della città, dall’alto delle mura i rivoltosi gettavano giù dei fagotti che non erano altro che cadaveri: gente morta letteralmente di fame.
Giuseppe Flavio riferisce che lo stesso Tito Flavio, ispezionando il vallo, aveva visto la scarpata riempirsi rapidamente di cadaveri. Per i romani si trattava di una sensazione di ribrezzo e di sbalordimento: i liquami che colavano dalle mura della città, si mescolavano con i corpi in decomposizione. E i giorni passavano. Una confusa paura si stava pian piano facendo strada tra le legioni romane: incerti e stanchi non riuscivano a comprendere quali forze e speranze tenessero in piedi i rivoltosi. Tutto questo rappresentava la terrificante prova di un’indistruttibile forza di volontà!
Riferimenti bibliografici:
- Giuseppe Flavio: “Antichità giudaiche”
- Giuseppe Flavio: “Guerra giudaica”
- M.G. Siliato: “Masada”
PARTE V

…A quel punto, i soldati romani, impietriti davanti a quello spettacolo del tutto inatteso, pensarono di trovarsi di fronte ad una vera e propria stregoneria. Roma e le sue famose, quanto famigerate legioni, nelle numerose campagne di conquista, fino a quel momento compiute, non aveva mai dovuto affrontare un simile sistema difensivo.
Le retroguardie giudee erano riuscite ad erigere delle barricate tra le abitazioni che rimanevano tra il Secondo ed il Primo Muro di cinta, riuscendo a salvare gran parte degli abitanti della “Città Nuova”, combattendo corpo a corpo contro l’invasore straniero.
Ovviamente le enormi porte del Primo Muro non potevano riaprirsi: la retroguardia, sotto lo sguardo sconfortato ma fiero ed orgoglioso dei compagni che colpivano il nemico da sopra le mura, era destinata a perire sotto i colpi dell’esercito romano. Nessuno di quegli uomini, sprezzanti della morte, avrebbe mai accettato di cadere vivo nelle mani del nemico.
Giuseppe Flavio racconta che i combattimenti sotto le mura di Gerusalemme si protrassero ininterrottamente per tre giorni e per tre notti. Ogni soldato giudeo che cadeva, lasciava accanto a se almeno 4 o 5 corpi di legionari.
I superstiti furono pochissimi, nell’ordine di qualche unità; quelli che in un momento di stanca, di una battaglia apparentemente interminabile, riuscirono ad infilarsi in un pertugio largo quanto “la lama di un coltello”.
Sempre lo storico dei romani, il traditore Giuseppe Flavio (Josef ben Mattatia), racconta che lo stesso Tito Flavio, dopo tale incursione, contò i propri morti: erano troppi anche per il figlio dell’Imperatore. Tra Tito e Vespasiano c’era un’enorme differenza: il figlio non avrebbe mai posseduto le qualità del padre. Non era un “vero e proprio Dux”. E dopo i primi assalti alla Città Santa, iniziava a mostrare segni di sfiducia e di paura, come scrisse lo storico che non lo perdeva di vista nemmeno un attimo.
Dopo il crollo del Secondo Muro, i legionari avevano dovuto combattere in mondo ravvicinato, nelle strade, casa per casa, corpo a corpo contro i rivoluzionari, notevolmente inferiori di numero, ma con un ardore tale da riuscire, in alcuni frangenti, a tener testa all’imponente esercito di Roma. I legionari in uno spazio così ristretto si erano trovati impossibilitati a scatenare la propria travolgente massa di uomini e ferro.
Tiberio Alessandro, l’altro dei due importanti traditori della causa giudaica, fece presente a Tito Flavio e ai vari comandanti delle truppe romane che, per far cadere Gerusalemme, occorreva conquistare il Tempio e distruggerlo. Sarebbe stato come schiacciare la testa del serpente.
Ma il Tempio, contemplato con odio dai romani, era di per sé, un ulteriore formidabile baluardo difensivo, dentro una città fortificata come raramente Roma aveva dovuto affrontare.
Fu il tribuno Tiberio Alessandro a rendersi conto che, per conquistare il Tempio, esisteva un’unica via.
Al tempo dei re Asmonei era stato costruito un piccolo forte all’angolo nord – orientale del Tempio stesso, chiamato Ha – Bira. Fu su quella base che Erode il Grande aveva fatto elevare una possente Fortezza chiamata Antonia. Nel frattempo però aveva fatto costruire un insidioso passaggio coperto che dalla Fortezza stessa, conduceva alla spianata del Tempio. Tramite tale passaggio Erode poteva scagliare contro i nemici, i propri soldati ed i mercenari.
Fu
Sotto le frecce degli arcieri Nabatei, i romani portarono rapidamente le proprie armi d’assedio verso la rampa che dava accesso alla Fortezza Atonia.
Durante una notte, però, uno di comandanti dei rivoluzionari, Johanan, decise di tentare di fare qualcosa, nella speranza di rompere, o almeno interrompere, l’assedio romano.
Sotto le fondamenta della Fortezza correva una galleria, pressoché segreta, ed invisibile dall’esterno. Passava proprio sotto la rampa fatta costruire dai romani.
Johanan la fece riempire di legna, bitume e pece. Attesero che le macchine d’assedio e da guerra romane giungessero subito sopra la galleria.
Fu allora che venne dato fuoco al legname. Si sprigionarono delle enormi fiammate che avvolsero l’intera galleria, avvolgendo il terreno tutt’attorno, come se si fossero improvvisamente aperte le porte dell’inferno.. La rampa sprofondò in un boato, trascinandosi dietro tutte le macchine romane ed i legionari addetti a dare inizio alla “definitiva” incursione
Riferimenti bibliografici:
- Giuseppe Flavio: “Antichità giudaiche”
- Giuseppe Flavio: “Guerra giudaica”
- M.G. Siliato: “Masada”